C’è una legge europea che per la prima volta fissa obiettivi vincolanti per rimettere in salute fiumi, torbiere, praterie marine e campi impoveriti. E c’è un calendario che, al primo appuntamento, quasi nessuno ha rispettato. Il 1° settembre scadeva il termine entro cui i Ventisette dovevano consegnare alla Commissione la bozza del proprio piano nazionale di ripristino della natura, previsto dal regolamento UE 2024/1991. Alla scadenza avevano provveduto in quattro: Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Irlanda. Nei giorni immediatamente successivi si sono aggiunti Austria, Bulgaria, Lussemburgo e Svezia. Tutti gli altri, Italia inclusa, sono ancora indietro.
Per ora niente sanzioni
Il ritardo, va detto subito, non fa scattare sanzioni. Bruxelles ha scelto la linea morbida, e c’è una ragione tecnica: quella di settembre era la consegna della bozza, non del documento definitivo. Nei prossimi mesi la Commissione, con il supporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, esaminerà i testi ricevuti e restituirà a ciascun governo le proprie osservazioni; i piani finali sono attesi entro un anno. È in quella seconda fase che si misurerà la serietà degli impegni, e lì un rinvio comincerà a pesare davvero.
Per l’Italia lo slittamento è legato soprattutto alla consultazione pubblica aperta dal ministero dell’Ambiente insieme a quello dell’Agricoltura, con il supporto tecnico dell’ISPRA. È un passaggio che allunga i tempi ma incide sulla qualità del risultato: il piano deve indicare, carta alla mano, dove intervenire, con quali misure, in quali tempi e con quali risorse, e come tenere insieme gli obiettivi ambientali con gli interessi di agricoltori, pescatori e gestori forestali.
Gli obiettivi di ripristino
La posta non è secondaria. Il regolamento chiede di avviare il ripristino su almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Unione entro il 2030, per estenderlo a tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, più esposto di altri a siccità, incendi ed erosione delle coste, significa decidere adesso come proteggere le zone umide che trattengono l’acqua, i suoli agricoli che perdono fertilità e gli impollinatori da cui dipende una quota consistente dei raccolti.
Il grosso del lavoro, insomma, deve ancora cominciare. E se la scadenza mancata non costa nulla oggi, il margine bruciato all’avvio rischia di presentare il conto tra un anno, quando i piani dovranno passare dalla carta ai cantieri.
