L’economia circolare è ormai entrata nel linguaggio quotidiano di imprese, istituzioni e cittadini. Ma tra il significato del termine e il modo in cui viene applicato esiste ancora una distanza significativa: parlare di circolarità non significa solo riciclo o gestione dei rifiuti, ma ripensare prodotti, processi e modelli di consumo, misurandone gli effetti su ambiente, economia e società.
Ne abbiamo parlato con Roberta Salomone, docente e ricercatrice dell’Università di Messina, delegata della rettrice alla Sostenibilità e componente del Comitato scientifico del Salone della CSR e dell’innovazione sociale, la manifestazione di riferimento italiana per la responsabilità sociale d’impresa, il prossimo ottobre. Nella conversazione mette in discussione alcuni luoghi comuni della transizione ecologica, tornando spesso su un principio: “Non tutto ciò che è circolare è sostenibile”.

Cosa significa “economia circolare”?
“È un concetto molto ampio, senza una definizione unica: nel 2017 ne avevamo censite 114, nel 2023 erano già 221. Non può essere ridotta al riciclo: comprende anche riduzione delle risorse, riuso, riparazione, remanufacturing e una diversa progettazione di prodotti e processi. La vera sfida è intervenire a monte, prima che il prodotto diventi rifiuto”.
Quindi riciclo ed economia circolare non sono sinonimi?
“Esatto, il riciclo è solo una delle strategie. In Italia, soprattutto nell’agroalimentare, prevale ancora una logica downstream, di recupero successivo alla produzione. La prospettiva più ambiziosa è intervenire upstream, ripensando fin dall’inizio prodotti e sistemi produttivi”.
Anche il termine “sostenibilità” è ormai centrale nella comunicazione delle imprese. Quanto è concreto questo cambiamento?
“Più un termine viene usato, più rischia di svuotarsi di significato: è qui che entra il greenwashing. Chi comunica di essere sostenibile deve dimostrarlo con dati verificabili. Anche per questo l’Unione europea ha introdotto nuove regole contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli”.
Diventa dunque fondamentale misurare. Che ruolo ha il Life CycleAssessment?
“È un’analisi che valuta gli impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto, evitando di concentrarsi su una sola fase: un intervento può ridurre un impatto in produzione ma generarne uno maggiore nell’uso o a fine vita. Guardare al ciclo intero evita il cosiddetto burden shifting, lo spostamento del problema da una fase all’altra, e permette di trasformare la sostenibilità in qualcosa di misurabile scientificamente”.
E la simbiosi industriale?
“Parte da un principio semplice: ciò che per un’impresa è un residuo può diventare risorsa per un’altra. I sottoprodotti dell’agroindustria, per esempio, possono diventare biogas, mangimi o fertilizzanti; un altro esempio è il distretto cartario di Lucca. Il rifiuto non è tale in senso assoluto, se esistono le condizioni per valorizzarlo”.
Come possiamo capire se un sistema è davvero circolare?
“Non basta dirlo: bisogna misurare quanto e con quali effetti. La nuova famiglia di norme ISO 59000, in particolare la ISO 59020, riguarda proprio la misurazione della performance circolare. Ma circolarità e sostenibilità non coincidono: un processo può essere più circolare senza essere più sostenibile. Per questo gli indicatori vanno integrati con LCA, Social LCA, Life CycleCosting e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. La domanda giusta non è ‘quanto siamo circolari’, ma quanto la circolarità contribuisca davvero alla sostenibilità ambientale, economica e sociale”.
Questo porta alla just transition. Che cosa significa rendere la transizione inclusiva?
“Una transizione non è sostenibile se scarica i costi sulle persone più fragili: piccole imprese, lavoratori e consumatori vulnerabili non possono sostenerne da soli il peso. Serve tenere insieme competitività, tutela ambientale e inclusione sociale, con una prospettiva sistemica e di lungo periodo, senza lasciare indietro nessuno”.
Quanto è importante prepararsi a immaginare scenari diversi?
“Fondamentale. A Messina abbiamo lavorato sulla future literacy, approccio promosso dall’UNESCO per comprendere le trasformazioni complesse. Ne è nato il Summer Lab, scuola interdisciplinare per dottorandi: affrontare grandi trasformazioni richiede più discipline e la capacità di immaginare futuri possibili”.
Che ruolo può avere un appuntamento, il prossimo ottobre, come il Salone della CSR e dell’innovazione sociale?
“L’informazione è cruciale. I temi della sostenibilità sono complessi e interconnessi: il rischio è ridurli a slogan, perdendone il senso reale. Il Salone può essere uno spazio di confronto e informazione di qualità, rendendo comprensibili dati e concetti scientifici senza banalizzarli: serve una collaborazione sempre maggiore tra ricerca e giornalismo”.
Serve anche un cambiamento culturale?
“Sì, bisogna superare una visione solo tecnocentrica e considerare l’essere umano parte della natura, non separato da essa: anche il sistema economico va letto dentro quello sociale, a sua volta dentro quello ambientale”.
Si è parlato molto di Green Deal. È stato chiesto troppo, troppo in fretta?
“Non credo si possa ridurre tutto a obiettivi troppo ambiziosi o a una transizione troppo veloce: guerre, crisi economiche e pressioni politiche hanno cambiato il contesto. La questione va guardata con una prospettiva più ampia e sistemica”.
Che cosa avete sperimentato con il Summer Lab?
“È stata la terza scuola interdisciplinare di questo tipo in Italia a livello universitario, con strumenti anche creativi: intelligenza artificiale e persino un fumettista, per aiutare gli studenti a immaginare futuri possibili. Anche la creatività può diventare strumento di ricerca”.
Un messaggio finale per chi si avvicina a questi temi?
“Non fermarsi alle parole: ‘circolare’, ‘sostenibile’, ‘green’: questi concetti devono essere accompagnati da dati e verifiche. La vera sfida è capire cosa c’è dietro una dichiarazione, misurare gli impatti e tenere insieme ambiente, economia e società, ricordando che non tutto ciò che è circolare è automaticamente sostenibile”.
