Poco meno di due milioni di persone hanno ricevuto l’ordine di lasciare le proprie case. Il ministero degli Interni giapponese ha censito oltre 1,6 milioni di residenti nelle prefetture di Ibaraki, Chiba, Tokyo, Kanagawa e Shizuoka. Il tifone Dujuan, la venticinquesima tempesta ad abbattersi quest’anno sul Paese, era stato classificato dall’agenzia meteorologica nipponica come una “minaccia imminente per la vita”, allarme valido soprattutto per la città di Oshima, dove in poche ore sono caduti quasi 800 millimetri di pioggia.
Typhoon Dujuan slams Japan with heavy rain and strong winds triggering landslides in the in the Kanto region. Multiple people died after debris swept into homes https://t.co/xJSzl41qs9 pic.twitter.com/WIfhPLtb7T
— Reuters (@Reuters) September 22, 2026
I numeri raccontano un Paese fermo. Japan Airlines ha cancellato 120 voli nazionali e 15 internazionali, All Nippon Airways altri 140: secondo Flightradar24 le cancellazioni negli scali di Haneda e Narita hanno sfiorato quota 500. Diverse linee ferroviarie di Tokyo e dintorni, compresi alcuni treni ad alta velocità, sono state sospese, mentre oltre 9 mila abitazioni nelle prefetture di Chiba, Saitama e Shizuoka sono rimaste senza elettricità. A Kamakura, meta turistica a sud della capitale, le strade allagate hanno spinto il sindaco Takashi Matsuo ad avvertire i cittadini di non mettersi in auto.
Eventi annullati e la premier che resta a casa
Dujuan è arrivato nel bel mezzo di una festività di cinque giorni, costringendo le autorità a cancellare decine di appuntamenti. Sono saltati i concerti del festival Rock in Japan e ha chiuso in anticipo il Tokyo Game Show, una delle più grandi fiere di videogiochi al mondo. Rinviata anche una prova di equitazione dei Giochi asiatici, in corso proprio in Giappone: circa quattromila atleti alloggiano a bordo della nave da crociera Costa Serena, che – secondo il quotidiano Asahi Shimbun – in caso di impatto diretto dovrà essere spostata.
A pesare è anche la decisione della prima ministra Sanae Takaichi, che ha rinviato la partenza per New York, dove avrebbe dovuto intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e incontrare il presidente statunitense Donald Trump. Ha preferito restare in patria per monitorare l’emergenza, invitando la popolazione a seguire gli avvisi di evacuazione. Il bilancio, per ora, resta contenuto: una persona lievemente ferita e nove case danneggiate.
Un oceano troppo caldo
La violenza di Dujuan porta con sé una firma sempre più familiare. Il tifone ha toccato venti sostenuti di 130 km/h, con raffiche fino a 198 e onde oltre i nove metri, alimentato dal cosiddetto “super El Niño”. Quando la superficie del Pacifico si scalda ben oltre la media, l’aria sopra l’oceano si carica di vapore e di calore: è questa riserva di energia che una tempesta trova già pronta da bruciare. Ne nascono cicloni capaci di formarsi in fretta, guadagnare forza in poche ore e scaricare a terra piogge e venti fuori scala.
È lo stesso meccanismo che sta rendendo le stagioni dei tifoni sempre più cariche di eventi estremi. Con un Pacifico surriscaldato, il Giappone si scopre più esposto a precipitazioni alluvionali e venti distruttivi. Dujuan, in questo senso, è un avvertimento: il conto del clima che cambia si paga anche così, in milioni di persone in fuga e in una capitale che trattiene il fiato.
