L’aggiornamento diffuso il 3 settembre dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) fissa un punto fermo: El Niño è ormai consolidato e la probabilità che resti attivo fino a febbraio 2027 sfiora il 100%. Le analisi più recenti, riprese anche da Guardian e ANSA, aggiungono un dettaglio che cambia la portata della notizia: l’evento in corso potrebbe essere il più intenso mai registrato negli ultimi mille anni.
Numeri che salgono di settimana in settimana
L’indice Niño 3.4, che misura le anomalie di temperatura nel Pacifico centro-orientale, è passato da +1,5 gradi nel trimestre maggio-luglio a +2,0 gradi a luglio, per poi arrivare tra +2,2 gradi e +2,6 gradi nella prima metà di agosto. Il dato più recente, di inizio settembre, indica un’anomalia di 2,6 gradi, già vicina al record assoluto dell’era satellitare fissato nel 2015 a 3,1 gradi. La media di 14 modelli previsionali colloca il picco a novembre intorno ai 4 gradi, un valore che nessun episodio degli ultimi mille anni sembra aver raggiunto. Sotto la superficie, tra luglio e i primi giorni di agosto, le anomalie termiche hanno superato localmente gli 8 gradi, un segnale che secondo l’OMM sostiene con forza l’ipotesi di un ulteriore rafforzamento.
Un effetto che si somma al riscaldamento globale
El Niño è un fenomeno naturale, non generato dai cambiamenti climatici, ma recenti studi mostrano che il riscaldamento globale sta a sua volta amplificando l’intensità di questi cicli oceanici (l’alternanza naturale tra El Niño e La Niña, nota come ENSO) che poi rilanciano gli effetti della crisi climatica in atmosfera. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha sintetizzato la situazione dicendo che El Niño “sta assumendo proporzioni enormi sotto i nostri occhi”. La combinazione tra l’evento e il trend di fondo del riscaldamento fa sì che il 2027 sia già indicato come l’anno con più probabilità di battere il record di temperatura media globale.
Raccolti, fame e prezzi alimentari
Gli effetti non sono più solo previsioni. In Indonesia gli incendi si sono aggravati, in India il monsone mostra segni di indebolimento, in Australia cresce il rischio di roghi e in Sudamerica quello di alluvioni più intense. Il Programma Alimentare Mondiale ha stimato che El Niño potrebbe spingere circa 50 milioni di persone verso una condizione di fame acuta. In Europa, dopo cinque ondate di calore e una siccità diffusa nell’estate appena trascorsa, gli agricoltori britannici si preparano al raccolto peggiore mai registrato: un caso citato dagli analisti dell’Energy and Climate Intelligence Unit come esempio di come gli eventi estremi finiscano per far salire i prezzi alimentari, colpendo prima di tutto le fasce più povere della popolazione.
Impatti diseguali da regione a regione
L’OMM ribadisce un punto tecnico spesso trascurato: l’intensità di El Niño non equivale automaticamente alla gravità dei danni in una singola area. Gli effetti dipendono da stagione, latitudine e da altri fattori climatici concorrenti, tra cui le condizioni dell’Oceano Indiano e dell’Atlantico. Sul piano operativo, l’OMM parla di una mobilitazione senza precedenti nei suoi cinquantìanni di storia, per rafforzare le allerte precoci in settori come agricoltura, energia, sanità e gestione delle risorse idriche, in coordinamento con i servizi meteorologici nazionali di tutto il mondo.
