Nessun Paese europeo perde tante vite per il caldo quanto l’Italia. Nel 2022 i decessi attribuibili alle alte temperature sono stati 18.801, nel 2023 13.790, nel 2024 19.038: in ognuna di queste tre estati è il numero più alto del continente e rappresenta più di un quarto del totale dei 32 Paesi analizzati. Le cifre vengono da uno studio di ISGlobal pubblicato nel 2025 su Nature Medicine e sono state riprese in “Quanto si muore di caldo in Italia?”, il policy briefing diffuso dal think tank sul clima ECCO.
Non è un tema marginale nella crisi climatica. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 1980 e il 2023 il 95% delle morti legate a eventi meteo-climatici estremi in Europa è stato causato dalle ondate di calore. E il 2026 ha alzato ancora l’asticella: per il CNR-IBE è stata l’estate più calda mai registrata in Italia, con una media di 24,3 °C e un agosto da 25,6 °C, oltre 5 gradi sopra la media del periodo 1951-1980.
Un primato da leggere bene
Il primato italiano riguarda i numeri assoluti. In rapporto agli abitanti, nel 2024 il nostro tasso, 323 morti per milione, è stato superato da Grecia, Bulgaria, Serbia e Croazia. Pesano una popolazione numerosa e molto anziana, ma il risultato non cambia: in nessun altro Paese europeo il caldo si porta via così tante persone.
Il rischio, poi, non è distribuito in modo uniforme. Uno studio condotto su tutti i Comuni italiani indica il Sud come l’area più esposta, con zone critiche anche in Pianura padana e in Toscana. E a pagare di più sono gli ultraottantacinquenni, chi vive in quartieri senza verde, chi ha redditi bassi e non può permettersi di rinfrescare la casa. Il caldo, sottolinea ECCO, moltiplica le disuguaglianze che già esistono.
Una rete che vede un terzo del Paese
La seconda notizia è che l’Italia, pur avendo un piano nazionale contro il caldo dal 2004, non produce una stima ufficiale dei morti per l’intera popolazione. Il sistema di sorveglianza, gestito dal Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio per conto del Ministero della Salute, segue 54 Comuni “sentinella”, i capoluoghi di regione e le città sopra i 100 mila abitanti: circa un terzo degli italiani. Nella rete europea EuroMOMO è la copertura più bassa, mentre gli altri Paesi vanno dall’84 al 100%. In Germania, Francia, Spagna e Portogallo il compito è affidato per legge a un’istituzione sanitaria nazionale; da noi l’Istituto Superiore di Sanità non l’ha mai avuto.
Fuori dal radar restano campagne, periferie, piccoli e medi Comuni. Il decreto 107/2026 ha esteso la cassa integrazione per eventi climatici estremi con 15,2 milioni di euro, ma senza dati non si potrà sapere se funziona: negli archivi INAIL, dal 2010 al 2021, gli infortuni registrati come legati al caldo sono appena 569.
Il risultato è un quadro confuso. Nelle città sentinella, nell’estate 2024, i decessi tra gli over 65 sono stati solo 737 in più dell’atteso, molto lontano dai 19 mila stimati dai modelli. Le due misure non sono direttamente confrontabili, ma la distanza è tale che ECCO chiede un’analisi indipendente per capire quanto dipenda dai metodi e quanto da un reale calo del rischio. Eppure gli strumenti per fare meglio esistono: l’ISTAT raccoglie già i decessi giornalieri di tutti i 7.895 Comuni e durante il Covid ha gestito, con l’ISS, una sorveglianza estesa al 100% del territorio.
Le proposte
ECCO chiede di affidare per legge la sorveglianza della mortalità da caldo al Sistema nazionale prevenzione salute dai rischi ambientali e climatici, con il coordinamento dell’ISS; di estendere allerte e monitoraggio ai 107 capoluoghi di provincia e poi a tutto il territorio; di garantire standard minimi di prevenzione, oggi a macchia di leopardo, e una relazione annuale al Parlamento. Conviene anche economicamente: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i sistemi di allerta restituiscono da 11 a oltre 900 volte quanto costano.
