21 Ottobre 2026
/ 21.10.2026

Un grattacielo fatto di alberi 

In Norvegia hanno costruito la torre in legno più alta del mondo. Nel Veneto una rete di imprese e università sta sviluppando una filiera completa dell'edilizia sostenibile: dagli scheletri in paulownia per edifici antisismici ai pavimenti che filtrano gli inquinanti

Sulla sponda del lago Mjøsa, a un’ora di macchina da Oslo, si innalza una torre color arancio bruciato. È alta 84 metri, conta 18 piani, ospita un albergo, appartamenti e uffici. E, dettaglio non trascurabile, è fatta quasi interamente di legno. Il Mjøstårnet è il grattacielo in legno più alto del mondo, e lo ha immaginato Arthur Buchardt, uno sviluppatore immobiliare settantenne che abita in un attico al diciottesimo piano. La torre è costruita con glulam (glued laminated timber), ovvero legno lamellare incollato: migliaia di blocchi di abete e pino norvegese tagliati con precisione, pressati insieme con colle fortissime, assemblati come un gigantesco Lego. 

La colonna portante nell’angolo della stanza d’albergo misura 60 centimetri per un metro e mezzo, ed è un composito di decine di tronchi più piccoli. Si vedono ancora le venature, i nodi naturali del legno sotto la cera protettiva. E il pericolo incendi è relativo. Le travi di glulam, quando bruciano, carbonizzano in superficie creando uno strato protettivo che rallenta la combustione e mantiene la resistenza strutturale del cuore interno. Nei test di laboratorio, le colonne continuavano a sostenere il carico anche dopo ore di esposizione al fuoco. 

Il bilancio della CO2

Il cemento e l’acciaio rappresentano da soli quasi l’8% delle emissioni globali di CO2. Ogni edificio tradizionale di media altezza genera tra le 1.500 e le 2.000 tonnellate di anidride carbonica, soltanto nella fase di costruzione. Un edificio in legno di analoghe dimensioni ne sequestra tra 600 e 1.000 tonnellate, perché gli alberi assorbono CO2 mentre crescono, e la trattengono anche dopo essere stati tagliati e trasformati in travi. 

Il Mjøstårnet è costato 100 milioni di euro, tra 10 e 15 milioni in più rispetto a una torre tradizionale. Ma secondo gli addetti ai lavori il differenziale di costo si sta rapidamente riducendo, man mano che la tecnologia del legno lamellare si diffonde, e i danni ambientali del cemento cominciano a essere conteggiati nei bilanci economici. Costruire col legno è facile, a parte il problema del vento: i palazzi molto alti di legno sono leggerissimi rispetto alle torri di cemento, e quando il vento soffia in cima, la struttura oscilla. Per evitare il “mal di mare” agli ospiti dei piani alti, hanno dovuto appesantire i solai superiori con strati di cemento. È l’unica concessione ai materiali tradizionali, insieme al nucleo centrale dell’edificio e ai sotterranei. 

I grattacieli ibridi

L’esperimento norvegese ha fatto scuola. Stoccolma sta costruendo un intero quartiere in legno, la Stockholm Wood City, 250 mila metri quadrati di uffici, case e negozi. In Svizzera stanno per inaugurare il Rocket, una torre in legno alta 100 metri. Proprio questo settembre il primato tra le torri ibride è passato all’Atlassian Central di Sydney, che supera i 180 metri: un grattacielo per uffici con struttura portante in legno lamellare, il più alto del suo genere mai completato. In Danimarca, la torre TRÆ ad Aarhus ha raggiunto gli 81,7 metri. E i giapponesi di Sumitomo Forestry hanno in programma per il 2041 un colosso di 350 metri, che diventerebbe l’edificio più alto del Giappone.

Un caso europeo che merita attenzione è il Sara Kulturhus di Skellefteå, nel nord della Svezia. Alto “solo” 75 metri per 20 piani, l’edificio ospita un centro culturale, un teatro, una biblioteca, una galleria d’arte e un hotel. La struttura portante è interamente in legno lamellare, con un nucleo in cemento per le scale e gli ascensori. Skellefteå è una cittadina di 35.000 abitanti nel cuore della Lapponia svedese: il Sara Kulturhus è stato pensato come catalizzatore di sviluppo locale, dimostrando che l’edilizia in legno può essere anche uno strumento di politica territoriale.

L’endoscheletro in legno

In Italia, finora, i grattacieli in legno sono rimasti sulla carta. Ma qualcosa si muove. Nel Veneto, una rete di università e imprese sta lavorando a una filiera completa dell’edilizia sostenibile che potrebbe cambiare il volto delle nostre città, grazie al consorzio iNEST, coordinato dall’Università IUAV di Venezia, finanziato finora dal PNRR e poi dalla Regione Veneto con 900 mila euro. Il progetto Recofit, guidato dall’azienda Biohabitat Service, ha sviluppato un sistema di “endoscheletro” in legno per rinforzare edifici esistenti senza demolirli. È una struttura additiva che si aggiunge al telaio originale, rendendolo antisismico e migliorandone le prestazioni energetiche. Il legno scelto è la paulownia, una specie originaria della Cina a crescita rapidissima. Le connessioni sono reversibili: si montano e si smontano con bulloni, senza saldature o getti di cemento. Quando l’edificio avrà terminato il suo ciclo di vita, i componenti potranno essere riutilizzati altrove.

A Venezia, il progetto ReMu sta affrontando un problema secolare: gli scarti del vetro di Murano. Le fornaci dell’isola producono opere d’arte, ma anche tonnellate di materiale non riciclabile che finisce in discarica. La startup Rehub, insieme alla vetreria Nicolamoretti, ha messo a punto un processo per trasformare questi scarti in una pasta modellabile a temperatura ambiente, senza bisogno di fusione ad alte temperature. Il risultato sono lastre e superfici monomateriche che possono essere utilizzate nell’edilizia e nel design, chiudendo il ciclo dei rifiuti e creando un nuovo materiale. 

Pavimentazioni drenanti

Nel distretto lapideo vicentino, dove si lavorano marmi e pietre da costruzione, il progetto Nonsibuttavianiente ha dimostrato che è possibile ridurre fino al 35% lo spreco di materia prima. Attraverso tecniche di taglio 3D “a matrioska”, i blocchi vengono sfruttati al massimo. Gli scarti di lavorazione, le polveri e i fanghi di segagione vengono miscelati con leganti naturali per produrre nuovi materiali compositi. 

Il progetto Ekonia, coordinato dall’azienda Bellitalia, ha sviluppato pavimentazioni stradali drenanti che utilizzano sottoprodotti dell’industria siderurgica e del vetro. Sono lastre per marciapiedi, piste ciclabili e bordi stradali che filtrano l’acqua piovana e trattengono gli inquinanti. Il sistema ha due livelli di filtrazione: uno meccanico per i contaminanti grossolani, uno chimico per assorbire metalli pesanti come cadmio e piombo. Nei test, oltre il 95% dei contaminanti presenti nell’acqua è stato intrappolato dal materiale. E le piastre incorporano frammenti di vetro artistico di Murano, con un effetto estetico non trascurabile.

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