29 Settembre 2026
/ 29.09.2026

Difendere la terra costa la vita: 124 attivisti uccisi nel 2025

Il nuovo rapporto di Global Witness registra un calo degli omicidi rispetto all’anno precedente, ma avverte che i numeri sono sottostimati. L’America Latina resta la regione più letale, con Colombia, Brasile e Honduras in testa

Contadini, leader indigeni, guardiani delle foreste. Sono almeno 124 le persone uccise nel 2025 per aver difeso la propria terra, i fiumi e le foreste dall’avanzata di miniere, piantagioni e narcotraffico. Il dato arriva da Collective power, il rapporto annuale dell’ong britannica Global Witness che dal 2012 a oggi ha documentato 2.375 tra omicidi e sparizioni.

Un calo che non rassicura

Rispetto agli anni precedenti il numero è sceso: nel 2024 le vittime erano state 142, più quattro persone scomparse, nel 2023 erano 196. Ma l’organizzazione invita a non leggerlo come un miglioramento. Le cifre sono con ogni probabilità molto inferiori alla realtà: in 10 dei 15 Paesi dove sono state registrate uccisioni lo spazio civico è considerato “represso” dall’osservatorio Civicus: giornalisti e associazioni rischiano ritorsioni e documentare i casi diventa quasi impossibile. Gli omicidi, inoltre, sono solo la punta di un iceberg fatto di minacce, processi pretestuosi e campagne diffamatorie sui social, strumenti sempre più usati per ridurre al silenzio chi protesta.

Colombia, Brasile, Honduras

L’America Latina concentra l’85% dei casi. La Colombia è in testa per il quarto anno consecutivo con 39 vittime, quasi la metà indigene; 13 omicidi sono avvenuti nel dipartimento del Cauca, corridoio strategico per il traffico di cocaina. In Brasile, che a novembre ha ospitato la Cop30 di Belém, le uccisioni sono più che raddoppiate, da 12 a 26, quasi tutte legate a conflitti per la terra negli stati amazzonici di Rondônia e Pará.

Raddoppiano anche in Honduras: 12 vittime, il tasso più alto al mondo in rapporto alla popolazione. Dieci erano contadini della valle del Bajo Aguán, contesa da decenni tra comunità e grandi piantagioni di palma da olio. Fuori dall’America Latina spiccano le Filippine, con 12 omicidi, cinque dei quali attribuiti all’esercito.

Terra, miniere e crimine organizzato

Più della metà delle uccisioni nasce da dispute sulla terra, e quasi tre vittime su quattro erano contadini o indigeni. Tra i settori economici il più letale è quello minerario, con 11 casi, seguito dal legname (8) e dall’agrobusiness (6). Oltre un terzo degli omicidi è riconducibile al crimine organizzato o a sicari, presenti in tutti e sei i Paesi più colpiti.

Sullo sfondo pesano i tagli ai finanziamenti internazionali: nel 2025 gli aiuti allo sviluppo sono crollati del 23%, il calo più forte mai registrato dall’Ocse, e in Colombia l’ufficio dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha dovuto licenziare quasi metà del personale.

La forza delle comunità

Il rapporto dedica ampio spazio alle risposte collettive. Nell’Amazzonia peruviana il popolo kakataibo ha creato nel 2022 una propria guardia indigena, oggi con oltre 150 membri, che pattuglia la foresta contro coltivatori di coca e taglialegna illegali; dal 2020 sei leader kakataibo sono stati assassinati.

Per Global Witness i governi dovrebbero riconoscere e sostenere queste forme di protezione comunitaria, invece di limitarsi a tutelare i singoli attivisti, e perseguire non solo gli esecutori materiali ma anche chi finanzia e ordina gli attacchi.

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