25 Settembre 2026
/ 25.09.2026

Nepal all’Onu “Paghiamo un prezzo per una colpa che non è nostra”

Il 24 settembre il premier Balendra Shah ha ricordato che il Nepal contribuisce per meno dello 0,1% alle emissioni globali e ha chiesto sovvenzioni, non nuovi prestiti, per ricostruire dopo l’alluvione: "Non possiamo indebitarci per riparare danni che non abbiamo causato"

Il Nepal contribuisce per meno dello 0,1% alle emissioni globali di gas serra, ma è tra i Paesi più esposti alle conseguenze del cambiamento climatico. È da questo squilibrio che il primo ministro Balendra Shah è partito giovedì 24 settembre all’Assemblea generale dell’Onu, chiedendo sostegno internazionale per la ricostruzione dopo l’alluvione di fine agosto. Kathmandu vuole sovvenzioni, non nuovi prestiti, per evitare che il costo della catastrofe si trasformi in altro debito.

Un conto che vale il 10% del Pil

L’alluvione ha provocato almeno 1.450 morti e, a settimane di distanza, oltre 6.000 persone risultano ancora disperse. Le operazioni di ricerca e recupero sono tuttora in corso. Secondo una stima preliminare presentata da Shah, le necessità fisiche di ripresa e ricostruzione equivalgono a circa il 10% del prodotto interno lordo del Nepal.

Il disastro è avvenuto il 26 agosto, quando il crollo di un ghiacciaio nell’area di confine tra Nepal e Cina ha innescato frane e un’imponente ondata d’acqua lungo le valli. Strade, ponti, scuole, abitazioni, attività economiche e infrastrutture energetiche sono state danneggiate o distrutte. La Banca Mondiale ha già messo a disposizione fino a 170 milioni di dollari in finanziamenti di emergenza per sostenere la risposta al disastro e l’avvio del ripristino delle infrastrutture e dei servizi essenziali.

“Non abbiamo creato questa crisi”

Nel suo intervento all’Onu, Shah ha collegato direttamente la situazione del Nepal alla crescente instabilità climatica dell’Himalaya. Il Paese, ha ricordato il premier, produce meno dello 0,1% delle emissioni globali di gas serra, mentre deve fare i conti con il ritiro dei ghiacciai, l’instabilità dei versanti montani e fiumi sempre meno prevedibili. “Non abbiamo creato questa crisi. Eppure ne stiamo pagando un prezzo enorme”, ha detto Shah, sottolineando come ogni grande disastro rischi di cancellare anni di sviluppo. Per il Nepal, ha spiegato, una catastrofe climatica diventa quindi anche un problema di sviluppo: distrugge infrastrutture e mezzi di sostentamento e costringe un Paese con risorse limitate a destinare nuovi fondi alla ricostruzione.

Da qui la richiesta sul fronte finanziario. Secondo il premier, un Paese vulnerabile non dovrebbe essere costretto ad aumentare il proprio debito per riparare i danni provocati da eventi climatici estremi. Shah ha quindi chiesto un sostegno internazionale basato su sovvenzioni, cioè risorse che non devono essere restituite, anziché affidarsi soltanto a nuovi prestiti. Ha inoltre definito insufficienti gli attuali strumenti internazionali per finanziare le perdite e i danni e ha chiesto procedure più rapide per accedere ai fondi.

Nepal, India e Cina insieme sul rischio climatico

La richiesta del Nepal non riguarda però soltanto la ricostruzione. Shah ha proposto all’Onu un meccanismo regionale per la resilienza climatica dell’Himalaya che coinvolga Nepal, India e Cina. L’obiettivo è coordinare la prevenzione in un’area dove i fenomeni naturali non rispettano i confini nazionali. La proposta comprende la condivisione di dati satellitari, il monitoraggio dei laghi glaciali, il rafforzamento dei sistemi di allerta precoce e un maggiore coordinamento degli interventi quando un’emergenza interessa più territori.

Il tema è particolarmente rilevante dopo l’alluvione di agosto: il fenomeno ha avuto origine nell’area himalayana al confine tra Nepal e Cina e le acque hanno poi proseguito verso valle, interessando anche il territorio indiano. Per Shah, il disastro dimostra che il cambiamento climatico non può essere affrontato soltanto a livello nazionale.

La questione sollevata dal Nepal all’Onu resta quindi doppia. Da una parte ci sono le risorse necessarie per ricostruire senza aggiungere nuovo debito a un Paese che ha contribuito in misura minima alle emissioni globali. Dall’altra c’è la necessità di prepararsi a eventi che, in un Himalaya sempre più instabile, possono attraversare i confini. Per Kathmandu, la risposta passa dunque sia dalle sovvenzioni per riparare i danni già subiti, sia da una cooperazione regionale capace di ridurre quelli futuri.

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