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Intervista a Oscar Farinetti, perché “l’Italia è capitale mondiale del bio”?

10.12.2023

Eataly Las Vegas, Park MGM

«Si dovrebbe cominciare a fare un grande lavoro affinché l’Italia diventi portabandiera di un’agricoltura sana nel mondo. Sarei per dichiarare tutta l’Italia ‘biologica’».

È positivo il giudizio di Oscar Farinetti, storico fondatore della catena mondiale di negozi di cibo italiano d’eccellenza Eataly, sulla legge approvata nei giorni scorsi dal Parlamento italiano, la prima al mondo che vieta la produzione e vendita di cibo “sintetico” sul territorio nazionale e anche il cosiddetto “meat sounding” (bistecca di soia, hamburger di spinaci etc).

Ma, tirando anche un po’ le orecchie al governo per l’eccessiva propaganda, Farinetti va oltre: «Si dovrebbe cominciare a fare un grande lavoro affinché l’Italia diventi portabandiera di un’agricoltura sana nel mondo. Sarei per dichiarare tutta l’Italia “biologica”: incentivare prima e obbligare poi a trasformare tutta l’agricoltura italiana in bio. È una cosa che si può fare perché abbiamo la fortuna di essere l’unica penisola che viaggia da sola dentro un mare. Isolati dal resto e quindi incontaminati».

È un obiettivo bellissimo, ma pensa che sia realizzabile?
«Assolutamente sì. Noi ce l’abbiamo fatta. Si chiama La Granda, è un presidio Slow Food ed è una società in cui c’è sia Eataly che Sergio Capaldo, il più grande veterinario italiano, è responsabile Slow Food delle carni nel mondo. Sono stati messi insieme 90 piccoli allevatori che usano soltanto alimentazione dalla propria agricoltura, che non solo è biologica ma anche simbiotica. Sono vietati completamente i mangimi trattati e OGM. Questa deve essere un po’ la filosofia italiana. Io mi rendo conto che per il piccolo singolo allevatore da solo è un casino, ma, se si creano delle organizzazioni che mettono insieme tanti piccoli allevatori, si può produrre una carne di eccezionale livello. E vuol dire anche rispetto per gli animali».

Il problema per i consumatori, però, è il prezzo.
«Il nostro cavallo di battaglia è che bisogna mangiare metà cose che costino il doppio. Questo è il futuro. Intanto stiamo mangiando tutti troppo, no? Noi abbiamo dimostrato chiaramente che una fetta di pane da farine biologiche “fatto da Dio” con sopra della marmellata biologica, costa la metà di una merendina industriale ed è molto più sano. Siamo vittime, in generale, non solo nella carne ma in tutta l’alimentazione. Giustamente il governo fa questa battaglia sulla carne sintetica. Però poi produciamo con la sintesi una marea di roba, dalle merendine industriali a certi cibi confezionati e nettamente sbagliati. Gli Stati Uniti d’America sono stati capofila: hanno intrapreso questo modello di alimentazione industriale già nei primi anni del Novecento».

Come possiamo cambiare, quindi, le nostre abitudini alimentari e anche di consumi?
«Mi batto da da un decennio perché sia inserita nella scuola l’educazione agroalimentare come materia fissa obbligatoria di pari importanza dell’italiano e della matematica. Se cominciamo coi bambini ce la facciamo, perché poi i bambini sono più grandi degli adulti: si studiano a scuola certe cose, poi a casa i genitori le vedono e si mettono “in ordine” anche loro. È fondamentale partire dalla scuola educazione agroalimentare. Per esempio, a Bologna, alla Fico sono arrivati in visita oltre 100.000 bambini. Fantastico! Corsi di educazione, spendendo una marea di soldi, lo facciamo gratis, senza contributi pubblici. È un grande sforzo per noi, ma secondo me è un gesto molto importante per il Paese. In Italia abbiamo la fortuna di avere un’università straordinaria che l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo può essere la fucina, la base per l’educazione. Adesso altre 16 università italiane hanno inserito le scienze gastronomiche all’interno delle proprie facoltà: queste università possono impostare il lavoro da fare e formare i docenti per le scuole elementari, medie, superiori. E l’educazione alimentare è fondamentale anche per la creazione di valori, come il rispetto verso sé stessi ma anche nei confronti nell’ambiente circostante, delle altre persone. E in questo momento abbiamo bisogno di valori, di valori alti».

Eataly ha fatto un grande sforzo per far conoscere ed esportare i nostri prodotti di eccellenza all’estero. L’Italian sounding, cioè prodotti esteri che richiamano nomi italiani, è un grosso problema?
«Eataly è stata la prima catena italiana ad alzare il sedere dalla sedia per andare nel mondo. Guardi che è stato difficile, faticoso, doloroso, costoso farlo. Ma oggi siamo in 17 Paesi del mondo, “sfruttando” anche i meravigliosi italiani che sono andati all’estero, magari due o tre generazioni fa, che avevano già insegnato un po’ di cultura italiana al resto del mondo. Noi abbiamo delle chance pazzesche. In questo momento il cibo italiano è il più gradito globalmente, anche perché è più digeribile, no? Piace perché easy e poi anche replicabile, cioè quello che si mangia nei ristoranti italiani del mondo può essere riprodotto a casa, a differenza della cucina francese, ad esempio. La cucina italiana nasce domestica, nasce dalle nostre bisnonne. Poi è arrivato un commerciale di tessuti, Pellegrino Artusi, e le ha messe in un libro. Quella è la nostra “bibbia” e questo dobbiamo portare avanti. Ma, attenzione, senza sciovinismo. Non possiamo dire a tutto il mondo “voi fate schifo, solo noi italiani siamo capaci a fare le robe buone” perché poi ci cacciano. Noi dobbiamo essere simpatici al mondo. E anche questa lotta contro l’Italian sounding non deve essere tipo poliziesco, deve essere basata sul fatto che andiamo noi all’estero a spiegare le differenze fra un parmigiano reggiano e un parmesan.  È normale che siamo che siamo imitati e invidiati».

L’Italia ha intrapreso il percorso affinché la cucina diventi “patrimonio immateriale dell’Umanità” UNESCO, che ne pensa?
«Son contento, ce lo meritiamo, ci mancherebbe ancora. Sono già patrimonio UNESCO alcuni prodotti, come il Tartufo d’Alba e la Pizza. Qualificare la Cucina italiana in generale mi piace molto, è corretto, e spero che ce la facciamo».

Credito fotografico: TDelCoro

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