La prova provata: il cambiamento climatico ha aggravato l’intensità del ciclone Harry, e peggiorato il saldo dei danni. Una nuova analisi di ClimaMeter (un progetto finanziato dall’Unione Europea e dal francese CNRS, Centre National de la Recherche Scientifique) indica che il cambiamento climatico ha con tutta probabilità reso più intensi i venti associati alla tempesta. Confrontando condizioni atmosferiche simili a quelle di Harry con i decenni passati, i ricercatori stimano velocità medie del vento vicino alla superficie superiori di 4–8 km/h rispetto al passato, fino a un incremento del 15%.
Il solo gioco della variabilità naturale non basta a spiegare la forza osservata: l’impronta del riscaldamento di origine antropica emerge come fattore che ha contribuito ad aumentare la severità dell’evento, coerentemente con ciò che la letteratura scientifica descrive per i cicloni più intensi nel bacino. Questi cambiamenti favoriscono impatti del vento più intensi, un aumento dell’azione del moto ondoso e un maggiore trasporto di umidità, che a loro volta accrescono il rischio di pericoli combinati come danni da vento, inondazioni costiere e alluvioni improvvise.
Un miliardo di danni in Sicilia
Tra il 19 e il 22 gennaio 2026 il Mediterraneo centrale ha fatto i conti con Harry, un ciclone capace di combinare venti da record, piogge torrenziali e mareggiate distruttive. Sicilia, Sardegna e Calabria hanno registrato i danni maggiori, con impatti significativi anche a Malta e in alcune aree della Tunisia. In diverse località le raffiche hanno superato i 100 km/h, le precipitazioni giornaliere sono andate oltre i 150 millimetri e le onde hanno eroso tratti di costa e messo in crisi porti e lungomari. Nonostante la violenza dell’episodio, non si contano vittime: gli avvisi meteo tempestivi e le misure di protezione civile hanno limitato l’esposizione. In Sicilia le prime stime parlano di oltre un miliardo di euro di danni tra colture, proprietà e reti di trasporto.
Il quadro è solido ma va letto con cautela. Harry rientra tra gli eventi rari negli archivi storici, e la scarsità di analoghi riduce la robustezza statistica delle stime. Per questo ClimaMeter adotta un approccio per analoghi climatici: si isolano schemi atmosferici affini e li si compara tra il periodo 1950–1987 e le decadi più recenti, dal 1988 al 2023, utilizzando l’analisi Copernicus ERA5. L’esercizio non attribuisce ogni dettaglio a una causa unica, ma misura come, a parità di configurazione sinottica, il clima di oggi tenda a produrre cicloni più incisivi di ieri.
L’analisi di ClimaMeter
Sul territorio, il racconto dei numeri diventa impatto. I forti venti orientali hanno convogliato umidità dal Mar Ionio verso la Sicilia orientale, innescando nubifragi e allagamenti improvvisi lungo la costa ionica. L’azione combinata di vento e onde ha aggravato l’erosione e messo sotto pressione infrastrutture costiere e retroporti. La tempesta ha interrotto collegamenti stradali e ferroviari, chiuso aeroporti, causato blackout, trasformando per ore ampie porzioni di isole e litorali in scenari di emergenza. Alcune aree risultano oggi irriconoscibili per cumuli di detriti, frane e danni alle serre.
La tendenza non sorprende chi studia il Mediterraneo. L’ultimo Rapporto IPCC (AR6) indica che, con l’aumento delle temperature, i cicloni più intensi nel bacino tendono a produrre venti più forti e impatti più severi. L’analisi di ClimaMeter è in linea con questo quadro: quando le condizioni sinottiche si allineano, il clima attuale “spinge” l’asticella dell’intensità un po’ più in alto. È un cambiamento che riguarda anche la stagionalità: eventi invernali con caratteristiche che un tempo si osservavano soprattutto in periodi più caldi segnalano un rischio che si fa meno prevedibile e più composito, dove precipitazioni estreme, vento e livelli marini elevati si presentano insieme.
Le implicazioni toccano la gestione del rischio e la pianificazione. Standard di protezione costiera, progettazione di infrastrutture strategiche e piani di emergenza richiedono aggiornamenti alla luce di venti più intensi e mareggiate più aggressive. Ciò vale dalle barriere litoranee ai sistemi elettrici, fino ai grandi progetti come l’ipotizzato collegamento sullo Stretto, che necessitano di criteri progettuali informati dal clima. Early warning più capillari e procedure di risposta collaudate hanno già dimostrato la loro efficacia nel limitare le perdite di vite umane, ma l’aumento dell’esposizione in aree a bassa quota e lo sviluppo urbano lungo le coste amplificano il conto dei danni.
Come spiega Davide Faranda, del CNRS, “La scala della distruzione causata dal ciclone Harry è estesa e ha colpito infrastrutture costiere, abitazioni e sistemi di trasporto. Allo stesso tempo, l’emissione tempestiva di allerte meteo rosse si è dimostrata efficace nel salvare vite umane nonostante l’intensità eccezionale della tempesta. La sfida ora va oltre questi avvisi: per proteggere le comunità dai rischi crescenti di eventi futuri e ridurre i costi a lungo termine della ricostruzione, dobbiamo abbandonare i combustibili fossili. Con l’intensificarsi dei cicloni mediterranei a causa del cambiamento climatico, sono essenziali strategie di adattamento che riducano sia la vulnerabilità sia le emissioni di carbonio per salvaguardare vite e mezzi di sussistenza“.
