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Cronaca, Eventi

L’Expo va di nuovo agli arabi, capacità saudita o incapacità nostra?

29.11.2023

Arabia Saudita, Riad

Non solo il calcio mondiale, l’Arabia Saudita batte gli avversari con un margine di 2,5 a 1 e si porta a Riad anche l’Expo 2030. Se lo strapotere economico dei Paesi del Golfo è pane per i denti del capitalismo, perché il Busan si è classificata davanti a Roma?

Alzi la mano chi aveva sentito parlare di Busan, la città coreana la cui candidatura a Expo 2030 ha raccolto 29 voti. Eppure questa sconosciuta località asiatica ha quasi doppiato Roma, inchiodata a quota 17 e surclassata dai 119 voti dalla vincitrice Riyadh. Sono numeri impietosi: l’Arabia Saudita ha battuto gli avversari con un margine di 2,5 a 1, che si scompone in 4:1 verso la Corea 1 e addirittura 7:1 verso l’Italia. Una sconfitta tanto più cocente per l’ottimismo che a Roma si respirava ancora martedì, quando – se non proprio la vittoria al primo turno – sembrava a portata di mano il ballottaggio.

La prima giustificazione è stata lo strapotere economico saudita, interpretato come capacità di influenza politica ai limiti della legalità. La seconda, il tradimento degli europei, molti dei quali mancano visibilmente all’appello in chiave sia UE (27 membri) sia NATO (26, più i due nordamericani). La terza, il ridotto budget promozionale, appena un quarto di quello coreano e infinitesimo rispetto a quello saudita. Tutte considerazioni valide, ma forse non decisive.

Accantonando per un momento la qualità del progetto, che come per il vino non può essere certificata dall’oste, è chiaro che contro l’Italia non militava soltanto la forza economica saudita. Fin dall’inizio era parsa problematica la scelta quale presidente della Commissione Speciale Expo della capitale di Virgina Raggi, da molti ricordata come sindaco ferocemente contrario alle Olimpiadi che Roma aveva una buona possibilità di ottenere. Le condizioni della capitale sono sotto gli occhi di tutti, così come l’instabilità politica nazionale milita contro i progetti a medio-lungo termine. In più, la manifesta difficoltà nello spendere i fondi del PNRR non è un buon viatico per la gestione di un Expo, sfida tanto complessa da mettere a dura prova le capacità gestionali della stessa Milano.

Né aiutano i tempi ciclopici per la realizzazione delle opere pubbliche. Ne sono chiari esempi la persistente opposizione alla Torino-Lione, il tira-molla sul Ponte dello Stretto, i dieci anni per il completamento della linea C della metropolitana di Roma, persino l’immediato slittamento dei tempi di realizzazione del termovalorizzatore o le gare deserte per la stazione ferroviaria del Pigneto. Insomma, all’occhio internazionale la capacità di realizzare il progetto potrebbe persino sembrare giustificata.

Senza voler sparare sulla Croce Rossa, una rapida scorsa al sito di Expo 2030 autorizza qualche dubbio sulla completezza del progetto. Basti dire che sulla homepage inglese campeggia ancora “Regione Lazio e Comune di Roma insieme per il rush finale”: non il mondo, non l’Europa, non l’Italia intera, ma due amministrazioni locali. Sulla pagina dedicata al primo pilastro, l’Innovazione, il primo punto è l’accessibilità, ma non si spiega come il visitatore dovrebbe arrivare a Tor Vergata, priva non solo di metropolitana, ma persino del progetto per portarcela.

Insomma, se persino Busan si è classificata davanti a Roma forse non è solo colpa della geopolitica o dei soldi sauditi. A proposito, Busan è più grande di Roma. Prima si chiamava Pusan e dal 4 agosto al 18 settembre 1950 è stata teatro di una delle più importanti battaglie della guerra di Corea.

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