23 Luglio 2026
/ 23.07.2026

Rifiuti speciali, l’Italia ne produce sempre di più. Ma impara a riciclarli

Nel 2024 superata quota 172 milioni di tonnellate, +4,6% in un anno: una corsa molto più veloce di quella dell'economia. Il recupero di materia sale al 74,3% del gestito e le costruzioni sfondano il target europeo di riciclo. I numeri del Rapporto ISPRA

Sono i rifiuti di cui non si parla quasi mai, eppure pesano molto più di quelli che ogni giorno separiamo in cucina. I rifiuti speciali – quelli che escono da fabbriche, cantieri, negozi, officine, ospedali e dagli stessi impianti di trattamento – nel 2024 hanno superato in Italia i 172 milioni di tonnellate, con un aumento del 4,6% rispetto all’anno precedente: 7,6 milioni di tonnellate in più. È la fotografia scattata dal Rapporto Rifiuti Speciali 2026 dell’ISPRA.

Il dato che colpisce non è tanto la quantità quanto il ritmo. Nello stesso anno il PIL è cresciuto dello 0,8% e i consumi dell’1,3%: la produzione di rifiuti speciali corre dunque a una velocità quattro volte superiore a quella del sistema che li genera. È esattamente lo scollamento che la teoria del disaccoppiamento – crescere senza consumare più risorse – vorrebbe evitare, e che invece continua ad allargarsi.

Il grande cantiere

Metà del problema, letteralmente, è fatta di calcinacci. Costruzioni e demolizioni producono da sole 90,4 milioni di tonnellate, il 52,5% del totale nazionale; seguono il trattamento rifiuti (23,1%), la manifattura (15,9%) e il resto delle attività economiche (8,5%). Il 93,7% dei rifiuti speciali non è pericoloso, ma la quota pericolosa – 10,8 milioni di tonnellate – cresce più in fretta di tutto il resto (+6%).

La geografia ricalca quella delle fabbriche: il Nord produce il 56% del totale, con la sola Lombardia a 36,4 milioni di tonnellate (il 21,2% del dato italiano), seguita da Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Il Centro si ferma a 31,3 milioni, con Toscana e Lazio entrambe sopra gli 11; il Sud arriva a 44,3 milioni, guidato dalla Campania.

La discarica arretra

Qui arrivano le notizie buone. Dei 187,2 milioni di tonnellate complessivamente gestite, il recupero di materia ne assorbe il 74,3% – 139,1 milioni, in crescita del 6,4% in un anno – mentre lo smaltimento si ferma al 13,9%. Il ricorso alla discarica cala del 2% sul 2023 e di quasi un quarto rispetto al 2021. L’edilizia, prima per produzione, è anche la più virtuosa: al netto di terre, rocce e fanghi di dragaggio il tasso di riciclo tocca l’82,4%, ben oltre il 70% chiesto da Bruxelles. Bene anche i veicoli fuori uso, riciclati all’86,7%, per quanto il target complessivo del 95% resti lontano per la carenza di impianti di recupero energetico.

Quello che ancora non funziona

Il sistema ha però zone d’ombra evidenti. Sull’amianto pesa l’assenza di una strategia sistematica di decontaminazione: le 272 mila tonnellate prodotte nel 2024 segnano un balzo del 13,4%, segnale di interventi episodici più che di un piano. I fanghi di depurazione vanno a recupero solo per il 53,7%, mentre il 44,1% finisce ancora in smaltimento. I rifiuti sanitari – 259 mila tonnellate, in larga parte pericolose – sono smaltiti per il 73,4%. E la rete impiantistica, 10.563 strutture attive, è concentrata per quasi un quinto in Lombardia: un Paese che produce rifiuti ovunque ma li tratta in pochi luoghi si condanna a far viaggiare camion.

Per Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA, i numeri confermano “la solidità del percorso intrapreso dal nostro Paese verso un modello di economia sempre più circolare”, e vanno letti come uno stimolo a insistere su prevenzione, riutilizzo e recupero delle risorse. Prevenzione, appunto: la voce che nella gerarchia europea viene prima di tutte le altre, e che nei numeri italiani resta la più difficile da rintracciare.

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