Nel 2024 poco più di trenta aziende hanno inciso sul clima globale più di quanto faccia l’intera popolazione di molti Paesi. Secondo un aggiornamento del database Carbon Majors, esattamente 32 imprese sono responsabili di oltre la metà delle emissioni di anidride carbonica derivanti dalla produzione di combustibili fossili e cemento. È un numero che scende rispetto alle 36 del 2023, ma non è una buona notizia: significa che le emissioni si stanno concentrando su una platea sempre più ristretta di grandi produttori, mentre la produzione complessiva continua ad aumentare.
Il rapporto collega 34,7 gigatonnellate di gas serra nel 2024 a 166 tra le maggiori società di petrolio, gas, carbone e cemento, un incremento dello 0,8% rispetto al 2023. “Ogni anno le emissioni globali si concentrano sempre più in un gruppo in diminuzione di produttori ad alto impatto, mentre la produzione continua a crescere”, osserva Emmett Connaire, analista senior di InfluenceMap e autore principale dello studio. È un quadro che rende più chiaro dove intervenire e, allo stesso tempo, più urgente farlo.
I primi dieci emettitori
Colpisce la composizione dei maggiori responsabili: i primi dieci emettitori sono tutti aziende a controllo pubblico, pieno o maggioritario, e da sole hanno generato il 27,6% delle emissioni globali legate ai combustibili fossili nel 2024. Allargando lo sguardo, le 70 società statali considerate nell’analisi hanno prodotto il 54,4% delle emissioni fossili, mentre 93 aziende a capitale privato si fermano al 23,7%. Non è solo una questione di numeri, ma di governance e di politiche nazionali: cinque delle prime dieci aziende statali sono cinesi, due russe, le altre appartengono a Arabia Saudita, India e Iran.
In cima alla lista c’è Aramco, la compagnia nazionale saudita, che da sola ha contribuito al 4,3% delle emissioni globali di CO2 associate a combustibili fossili e cemento nel 2024. Nel passaggio tra il 2023 e il 2024, la maggioranza delle aziende statali ha aumentato le proprie emissioni: 38 in crescita, 29 in calo. Al contrario, tra le società a capitale privato prevale la riduzione: 54 hanno registrato un calo, 39 un aumento. Eppure il loro peso resta significativo, con nomi che non hanno bisogno di presentazioni: ExxonMobil, Chevron, Shell, BP e ConocoPhillips guidano il gruppo. Nella classifica delle Top 10 ci sono Coal India (3,9% delle emissioni globali), CHN Energy (3,9), National Iranian Oil Company (3,1), Gazprom (2,7), Jinneng Group (2,6), China Cement (2,4), Rosneft (1,8), CNPC e Shandong Energy (1,7). La prima società italiana è trentottesima: si tratta dell’Eni, con lo 0,55% delle emissioni mondiali. Piccola percentuale, ma tantissimo.
Nuove forme di responsabilità
La tracciabilità storica delle emissioni aziendali sta alimentando nuove forme di responsabilità. Negli Stati Uniti, più di una dozzina di Stati hanno richiamato questi numeri per sostenere proposte di “climatesuperfund“: fondi finanziati dalle grandi società fossili per proteggere le comunità dai danni già in corso, come le ondate di calore estremo e le inondazioni. La logica è semplice: chi ha contribuito di più alla crisi deve partecipare di più ai costi dell’adattamento.
La disponibilità di dati dettagliati è cruciale anche per l’attribuzione climatica, quella disciplina che quantifica il legame tra singoli eventi o tendenze e specifiche fonti di emissione. Uno studio pubblicato su Nature a settembre 2025 ha stimato che i cosiddetti “carbon majors” hanno contribuito a metà dell’aumento dell’intensità delle ondate di calore rispetto al periodo 1850-1900. Non è soltanto una responsabilità diffusa, è una responsabilità misurabile.
