L’Italia si è messa in fila per la grande corsa ai data center e, come spesso accade nei mercati in rapida maturazione, le cifre dicono molto più dell’entusiasmo. Terna ha superato i 66 GW di richieste di connessione alla rete di trasmissione da parte di nuovi centri dati: un’ondata di progetti che, sommati alle iniziative sulla distribuzione, segnalano un Paese pronto ad accogliere infrastrutture digitali più grandi, più energivore e più visibili. Ma la realtà operativa racconta una storia diversa: tra il 2028 e il 2030, la capacità che probabilmente vedrà la luce si colloca tra 2 e 3 GW. Uno scarto fisiologico, dovuto a capitali, autorizzazioni, reti e mercato, che ridimensiona le aspettative senza spegnere il segnale di fondo.
Il fenomeno ha una geografia precisa. Più dell’80% dei progetti guarda al Nord, con il milanese che da solo sfiora i 20 GW di richieste. È qui che la trasformazione sarà più tangibile, in aree già ad alta intensità di consumi e fortemente antropizzate, dove la domanda di potenza aggiuntiva si traduce in pressioni sulla copertura del carico e, potenzialmente, sui prezzi. È anche qui che Terna richiama l’attenzione: se i data center aumentano, dovrà crescere in parallelo la capacità di generazione, per evitare colli di bottiglia e volatilità indesiderata.
I tre poli
Intanto, la fotografia del presente offre un punto di partenza. I-Com censisce 209 impianti attivi in Italia (ottobre 2025), con tre poli chiarissimi: Milano (73), Roma (21), Torino (11). Nel 2024 il consumo dei centri è stato intorno a 3,9 TWh. Due terzi di quell’energia sono andati all’inferenza, cioè alla fase che alimenta risposte e servizi in tempo reale; il resto all’addestramento dei modelli. La potenza complessiva installata ha raggiunto 287 MW e la maggior parte degli impianti lavora ancora su media e bassa tensione, coerente con taglie contenute e funzioni circoscritte.
Ma il passo successivo è già tracciato. Entro il 2026 è atteso un raddoppio della potenza grazie all’entrata in funzione di alcuni hyperscale, i grandi centri destinati a cambiare scala e standard del settore. Per loro la connessione alla media tensione non basterà: serviranno allacci diretti alla rete di alta tensione. Lo si vede nelle richieste: aumentano le domande per le reti a 220 kV (92) e a 380 kV (49), segno che la taglia media degli impianti si sta spostando verso livelli industriali di nuova generazione.
Non si tratta solo di intenzioni. L’aggiornamento del portale Econnextion di Terna al 31 ottobre 2025 indica 14 progetti autorizzati e già contrattualizzati, tutti in Lombardia, per un totale di 1,53 GW. I nomi contano: 500 MW a Bertonico, nel Lodigiano; 240 MW a Magenta; 180 MW a Bollate. La stessa Regione catalizza oltre metà delle pratiche: 226 richieste per 34,4 GW. A seguire, Piemonte (50 pratiche per 10,4 GW), Lazio (28 per 5,1 GW), Puglia (3,8 GW) ed Emilia-Romagna (2,5 GW). Anche a livello provinciale la concentrazione è netta: Milano 15,2 GW, Torino 7,3, Pavia 5,6, Roma 4,6, Lodi 3,4. Un sentiero che, se confermato, disegna un asse produttivo e digitale sempre più marcato.
Il Decreto Energia
Per sostenere l’espansione, la cornice regolatoria è chiamata a correre. Il Decreto Energia, atteso da tempo, dovrebbe introdurre un procedimento autorizzativo unificato per i data center. L’autorizzazione unica, rilasciata da Regioni o Province autonome fino a 300 MW, con competenza del MASE oltre quella soglia, includerà tutti i titoli: dall’AIA alla VIA, dalle autorizzazioni paesaggistiche e culturali ai permessi per l’uso delle risorse idriche, fino alle emissioni in atmosfera. I tempi sono parte della partita: conclusione entro 10 mesi, con una proroga possibile solo in casi eccezionali e per massimo tre mesi; e soprattutto dimezzamento dei tempi della VIA rispetto all’ordinario. Un pacchetto che punta a ridurre incertezza e attese, senza alleggerire i presidi ambientali.
Efficienza e sostenibilità sono l’altro cardine. Il PUE, l’indicatore che misura quanta energia totale serve per ogni unità destinata all’IT, resta il riferimento: il valore ideale è 1, ma la pratica si muove tra impianti tradizionali da 1,8-2,0 e un mercato europeo che, secondo ICIS, viaggia oggi attorno a 1,5 e potrebbe scendere verso 1,35 nel 2035. La IEA propone numeri simili, con l’Europa a 1,45 nel 2024 e sotto 1,3 già nel 2030. Gli Stati Uniti, spinti dalla diffusione degli hyperscale dei grandi cloud provider, mostrano in media valori migliori; Medio Oriente e Africa restano indietro; l’Asia Pacifico appare in linea con i livelli europei e statunitensi. In sintesi: la traiettoria globale tende a più efficienza, ma il risultato dipenderà dalla qualità progettuale e dalla gestione operativa dei nuovi siti.
La variabile acqua
C’è poi l’acqua, variabile spesso sottovalutata. Il WUE, l’indicatore che corre in parallelo al PUE, oscilla a livello mondiale tra 0,36 e 0,48 litri per kWh. Numeri che, traslati sul contesto italiano, impongono cautela: il Paese affronta già stress idrico in varie aree, soprattutto al Sud. Se i centri dati si concentrassero in zone a grave carenza, l’impatto potrebbe diventare un fattore critico. Oggi lo scenario è meno allarmante: circa due terzi degli impianti sono al Nord, area classificata “non critica” dagli Osservatori distrettuali permanenti sugli utilizzi idrici di ISPRA. Ma la geografia industriale cambia, e con essa dovranno cambiare tecnologie di raffreddamento, ricircolo e recupero, per non scambiare progresso digitale con nuove fragilità ambientali.
