21 Aprile 2026
/ 15.04.2026

“Basato sulla scienza”: chi garantisce?

Può significare che un’azienda ha sottoposto i propri target a un organismo indipendente, la SBTi, che li ha valutati secondo criteri allineati alla scienza del clima e alla soglia di 1,5 °C. Oppure può significare che usa l'espressione come descrizione generica della propria strategia, senza che nessuno l'abbia verificata

Il 92% del PIL mondiale è coperto da qualche forma di impegno verso le “emissioni nette zero”. Governi, aziende, istituzioni finanziarie: quasi tutti hanno un obiettivo climatico dichiarato. Il 45% delle Fortune Global 500 si è impegnato a raggiungere il net zero entro il 2050. Nel 2020 la percentuale era l’8%.

Ma “impegno” e “piano validato” sono due cose diverse. Solo il 35% delle stesse aziende ha target di riduzione a breve termine verificati dalla Science Based Targets initiative, l’unico framework che traduce “basato sulla scienza” in criteri misurabili: riduzione di almeno il 42% delle emissioni entro il 2030, e almeno il 90% lungo tutta la catena del valore per dichiarare il net zero. Il resto dichiara un obiettivo senza che nessuno abbia verificato come intende raggiungerlo.

“Basato sulla scienza” è diventata una delle espressioni più usate nella comunicazione climatica aziendale. Compare nei comunicati stampa, nei report di sostenibilità, nelle campagne pubblicitarie. Ma quando un’azienda dichiara che i propri obiettivi sono “basati sulla scienza,” sta dicendo una di due cose molto diverse. Può significare che ha sottoposto i propri target a un organismo indipendente, la SBTi, che li ha valutati secondo criteri allineati alla scienza del clima e alla soglia di 1,5 °C. Oppure può significare che l’azienda usa l’espressione come descrizione generica della propria strategia, senza che nessuno l’abbia verificata.

La differenza è quella tra un farmaco approvato dall’Agenzia Europea per i Medicinali e un integratore che dichiara “formulazione scientifica” sulla confezione. Entrambi usano la parola “scientifico”. Uno ha superato un processo di valutazione indipendente con criteri pubblici. L’altro si è attribuito l’etichetta.

A gennaio 2026, la SBTi ha raggiunto le 10.000 aziende con target validati. È un numero in crescita, che rappresenta il 41% della capitalizzazione di mercato globale. Ma di queste, solo circa 1.400 hanno target net zero completi. La maggioranza ha solo target a breve termine. E dal 2013, 695 aziende hanno ritirato o perso i propri impegni SBTi, alcune perché la SBTi ha alzato i criteri, altre perché non sono riuscite a rispettare le scadenze di validazione. Tra queste, nomi come Microsoft e Walmart, che hanno ridimensionato i propri obiettivi.

Il problema non è la SBTi. Il problema è che “basato sulla scienza” senza la SBTi non ha una definizione. Un’azienda che dichiara obiettivi “basati sulla scienza” senza validazione può intendere qualsiasi cosa: una riduzione del 5% o del 50%, con o senza compensazione, su tutti gli scope di emissioni o solo sulle emissioni dirette. La stessa SBTi riconosce il rischio: nel suo Corporate Net-Zero Standard osserva che “la definizione di net zero e il percorso per arrivarci sono stati interpretati in modi diversi e incoerenti”, e che “senza una definizione comune, i target possono differire nelle fonti di emissioni incluse e nella profondità e velocità delle riduzioni”.

Questa confusione ha conseguenze misurabili. Il Net Zero Tracker, un’iniziativa che monitora gli impegni net zero a livello globale, ha rilevato che metà delle 2.000 maggiori aziende del mondo ha qualche forma di obiettivo net zero, ma che “l’integrità dei target aziendali di mitigazione dovrebbe migliorare urgentemente se vogliono essere in linea con gli obiettivi di temperatura dell’Accordo di Parigi”.

Per un lettore europeo, la direttiva ECGT (che abbiamo citato negli articoli su carbon neutral e biodegradabile) interviene anche qui. Dal settembre 2026, le dichiarazioni ambientali generiche saranno vietate senza dimostrazione di “eccellente performance ambientale riconosciuta”. Questo non si applica direttamente a “basato sulla scienza,” che non è nella lista esplicita dei claim vietati. Ma il principio è lo stesso: un claim ambientale deve essere specifico, verificabile e supportato da evidenza. “I nostri obiettivi sono basati sulla scienza” senza certificazione indipendente è generico per definizione.

In un articolo precedente di questa rubrica abbiamo visto come il consenso scientifico venga frainteso: “la scienza non funziona per consenso” è un’obiezione che confonde votazione e convergenza di evidenze. “Basato sulla scienza” funziona allo stesso modo ma nella direzione opposta: qui il richiamo alla scienza non viene usato per negare, ma per legittimare. L’espressione prende in prestito l’autorità della ricerca scientifica senza necessariamente rispettarne il metodo. È la differenza tra fare scienza e usare la parola “scienza”.

Questa rubrica ha documentato lo stesso meccanismo in otto parole diverse del clima, dal “gas naturale” che suona pulito al “basato sulla scienza” senza verifica indipendente. In ogni caso, una parola con un significato tecnico preciso viene usata in modo generico, creando lo spazio in cui il lettore non ha strumenti per distinguere chi fa e chi dichiara.

La prossima volta che leggete “obiettivi basati sulla scienza” in un comunicato aziendale, la domanda è una: validati da chi? Se la risposta è la SBTi, esiste un registro pubblico dove verificarlo. Se non c’è risposta, è un’etichetta, non un impegno.

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