L’inverno sembra aver fatto un passo indietro proprio sul finale. Un robusto anticiclone di matrice subtropicale si è disteso sull’Italia, portando giornate stabili, cieli spesso sereni e temperature che ricordano più aprile che fine febbraio. Non è solo una sensazione: i termometri, da Nord a Sud, stanno registrando valori decisamente superiori alle medie del periodo.
Temperature fuori scala
In diverse aree del Paese le massime hanno superato con facilità i 18-20 gradi, mentre in alcune vallate alpine si sono sfiorati valori tipici della primavera inoltrata. Ancora più indicativo il dato in quota: lo zero termico si è spinto oltre i 3.000 metri, favorendo un rapido ammorbidimento del manto nevoso. È uno scenario che ha effetti immediati sul territorio, dalla fusione accelerata della neve fino all’aumento del rischio valanghe nelle zone montane.
La dinamica è chiara: l’alta pressione subtropicale blocca l’arrivo delle perturbazioni atlantiche e convoglia aria mite verso il Mediterraneo centrale. Il risultato è una fase di tempo stabile ma insolitamente caldo per la stagione. Un cambio netto rispetto alle settimane precedenti, segnate da piogge insistenti e maltempo diffuso, soprattutto al Centro-Sud.
Un’anomalia che interroga il clima
Il tema non è solo meteorologico ma climatico. Giulio Betti, climatologo e ricercatore del Cnr, ha spiegato a Fanpage che l’Italia sta vivendo una fase con temperature fino a 8-10 gradi oltre la norma. Un’anomalia significativa che si inserisce in un contesto più ampio: inverni sempre più miti, episodi freddi brevi, stagioni che sembrano perdere i loro confini tradizionali.
Le temperature elevate in montagna non passano inosservate. Il manto di neve, sottoposto a ripetuti cicli di fusione e rigelo, diventa più instabile. Le conseguenze riguardano la sicurezza, ma anche la disponibilità futura di risorsa idrica. La neve alpina rappresenta infatti una riserva fondamentale per fiumi, agricoltura ed energia idroelettrica nei mesi caldi.
Inverno “morbido”: non un caso isolato
Secondo Betti, sempre su Fanpage, non si tratta di un episodio eccezionale isolato. La tendenza degli ultimi anni mostra stagioni fredde meno rigide e sempre più frammentate. Le irruzioni artiche non scompaiono, ma risultano più sporadiche e spesso rapidamente sostituite da fasi miti. Un andamento coerente con quanto previsto dai modelli climatici sul riscaldamento globale.
Nel breve termine l’anticiclone garantisce tempo soleggiato e assenza di precipitazioni rilevanti. Ma la stabilità prolungata, soprattutto dopo un inverno già povero di freddo strutturato, riapre interrogativi su siccità, bilancio idrico e gestione delle risorse. Perché se è vero che qualche giornata tiepida a fine inverno non fa notizia, quando diventa la regola il discorso cambia.
