17 Giugno 2026
/ 17.06.2026

Torna l’aquila

Per il secondo anno di fila un aquilotto è nato nel Parco dei Monti Lucretili, vicino a Roma. Dopo quattro anni di silenzio riproduttivo, i grandi rapaci sono tornati a nidificare. È una notizia piccola, ma dice qualcosa di importante sullo stato di salute di un territorio

Nel Parco dei Monti Lucretili, nell’entroterra romano, per quattro anni consecutivi nessuna coppia di aquile reali aveva portato a termine la riproduzione. Poi, nella primavera del 2025, qualcosa si è sbloccato: un aquilotto è nato. E quest’anno la storia si è ripetuta.

“Non era scontato” ha detto Marco Piergotti, presidente del parco. Non era scontato perché l’aquila reale è un predatore apicale, sensibilissimo alla qualità dell’habitat, ai disturbi umani, alla pressione venatoria nelle aree circostanti. Quando smette di riprodursi non è per caso.

Un nido che deve restare segreto

Il nido esiste, ma la sua posizione non si comunica. I guardaparco lo monitorano “a debita distanza”, come ha spiegato Piergotti. È una scelta precisa: l’aquila reale è un uccello che reagisce male alla presenza umana nelle fasi riproduttive. Un avvicinamento sbagliato può far abbandonare il nido.

Chi vuole vedere le aquile può farlo comunque, ma con i tempi e i modi giusti. Roberto Massimi, fotografo, ci ha messo ore di cammino – almeno 15 chilometri tra andata e ritorno, sul Monte Velecchia- e ha ottenuto le immagini della coppia. L’osservatorio ufficiale di Civitella di Licenza è più accessibile e rappresenta un punto di avvistamento consolidato. Ma la logica è la stessa: le aquile si guardano da lontano.

Il problema della distanza tra coppie

Una questione che gli esperti si erano posti riguardava la vicinanza con un’altra coppia riproduttiva, segnalata nella zona di Cerviana Vegna, poco fuori dai confini del parco. L’aquila reale è un rapace territoriale: due coppie in un’area relativamente ristretta avrebbero potuto interferire, creare competizione, scoraggiare la riproduzione.

Non è andata così. Le due coppie hanno convissuto e si sono entrambe riprodotte. Il dato suggerisce che il territorio regge, che c’è abbastanza spazio e abbastanza cibo per supportare più di una coppia.

L’aquila come indicatore

I grandi rapaci non sono solo belli da vedere. Sono quello che i biologi chiamano “specie ombrello”: la loro presenza sana indica che l’intero ecosistema funziona. Un’aquila reale adulta mangia prevalentemente mammiferi di taglia media – conigli, lepri, piccoli ungulati – e ha bisogno di un territorio vasto, poco disturbato, con abbondanza di prede. Se si riproduce, vuol dire che tutto il resto funziona.

La buona notizia merita di essere raccontata senza enfasi eccessive. Due anni di riproduzione riuscita non significano che il problema sia risolto. Le aquile reali restano vulnerabili: ai veleni usati in agricoltura e zootecnia, alle linee elettriche, al disturbo umano nelle aree di nidificazione, alla diminuzione delle prede per effetto della pressione venatoria nelle zone limitrofe al parco.

Due aquilotti nati in due anni sono una buona partenza. Diventare un trend richiede continuità di sforzo, anche fuori dai confini amministrativi del parco.

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