2 Marzo 2026
/ 2.03.2026

Compensare non è ridurre: cosa significa davvero “carbon neutral”

Dal 2026, le etichette "carbon neutral" basate su compensazione saranno vietate sui prodotti venduti nell'Unione Europea. Gli sforzi si devono concentrare sul taglio delle emissioni, non sulla compensazione

Nel 2020 la Commissione Europea ha passato al setaccio le dichiarazioni ambientali presenti sui prodotti venduti nell’Unione. Il risultato: il 53,3% risultava vago, fuorviante o infondato. Quattro dichiarazioni su dieci erano completamente prive di prove a supporto. Tra i termini più ricorrenti e meno compresi c’era, e c’è, “carbon neutral”.

L’81% degli europei sostiene l’obiettivo UE di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, secondo l’Eurobarometro pubblicato nel giugno 2025. Ma lo stesso sondaggio, condotto tra febbraio e marzo 2025 su oltre 26.000 cittadini dei 27 Stati membri, rivela che il 52% ritiene che i media tradizionali non forniscano informazioni chiare sul cambiamento climatico. E il 49% fatica a distinguere informazione affidabile da disinformazione sui social media. Siamo largamente d’accordo sull’obiettivo, molto meno su cosa significhi raggiungerlo.

Due modi radicalmente diversi

Partiamo dalla base. Quando un’azienda si dichiara “carbon neutral”, cosa sta dicendo esattamente? Sul piano tecnico, sta affermando che le emissioni di CO₂ generate dalle sue attività sono state “bilanciate”. Ma bilanciate come? Qui la distinzione diventa fondamentale, perché esistono due modi radicalmente diversi per arrivare a quel bilancio.

Il primo è ridurre: cambiare i processi produttivi, passare a fonti energetiche rinnovabili, riprogettare la logistica, tagliare le emissioni alla fonte. Il secondo è compensare: continuare a emettere come prima, ma acquistare “crediti di carbonio”, cioè finanziare progetti che dovrebbero assorbire o evitare una quantità equivalente di CO₂ altrove nel mondo. Piantare alberi in Amazzonia, proteggere una foresta in Congo, installare pannelli solari in India.

Un’analogia aiuta. Immagina di avere un rubinetto che perde e allaga il bagno. Ridurre significa riparare il rubinetto. Compensare significa lasciare il rubinetto aperto e pagare qualcuno per asciugare il pavimento in un’altra stanza. In entrambi i casi puoi dire “il bilancio idrico è in pareggio”. Ma in un caso hai risolto il problema, nell’altro lo stai spostando. E il risultato dipende interamente da quanto è efficace il lavoro di chi asciuga.

Questa distinzione è al centro di un’ambiguità che permette a dichiarazioni molto diverse tra loro di suonare identiche. Lo standard Net Zero della Science Based Targets initiative (SBTi), il framework più adottato per gli obiettivi climatici aziendali, è esplicito: per dichiarare “net zero” un’azienda deve aver ridotto almeno il 90% delle proprie emissioni reali lungo tutta la catena del valore. Solo il residuo, massimo il 10%, può essere neutralizzato, e solo tramite rimozione permanente di carbonio. I crediti di compensazione non contano come riduzione.

In pratica: secondo lo standard scientifico di riferimento, un’azienda che compensa il 100% delle emissioni senza ridurne nessuna può oggi definirsi “carbon neutral”, ma non “net zero”. Le due etichette suonano simili. Descrivono realtà opposte. E come vedremo, questa possibilità ha i mesi contati: dal settembre 2026 l’Unione Europea la vieterà.

Un’inchiesta giornalistica di nove mesi

E perché l’Europa la vieta? Per rispondere andiamo all’agosto 2023, quando la rivista scientifica Science pubblica uno studio condotto da Thales West e colleghi della Vrije Universiteit Amsterdam. I ricercatori hanno analizzato 26 progetti REDD+ di protezione forestale in sei Paesi, tutti certificati da Verra, il più grande certificatore mondiale di crediti di carbonio, con oltre un miliardo di crediti emessi. Il risultato: la grande maggioranza dei crediti analizzati non corrispondeva a riduzioni reali di emissioni. I progetti tendevano a sovrastimare la deforestazione che sarebbe avvenuta senza il loro intervento, generando crediti per foreste che sarebbero rimaste probabilmente in piedi comunque.

Lo studio era stato anticipato da un’inchiesta giornalistica di nove mesi condotta dal Guardian, da Die Zeit e dall’organizzazione investigativa SourceMaterial, pubblicata nel gennaio 2023, che aveva portato il tema all’attenzione pubblica. Nel maggio 2023 l’amministratore delegato di Verra si era dimesso. L’organizzazione ha avviato una revisione delle proprie metodologie REDD+.

Lo studio di West et al. è stato contestato. Un gruppo di scienziati guidato da Ed Mitchard ha pubblicato un rebuttal nel dicembre 2023, identificando quelli che ritiene errori metodologici significativi nella selezione delle aree di controllo e nel calcolo dei benefici. Verra stessa ha contestato l’uso dei “controlli sintetici”, sostenendo che non catturano le condizioni locali specifiche dei progetti. La questione metodologica resta aperta e complessa.

Ma il punto che emerge dalla vicenda, e su cui anche i difensori del sistema concordano, è strutturale: il mercato volontario dei crediti di carbonio presenta problemi di integrità riconosciuti. Lo stesso Verra ha ammesso la necessità di riformare le metodologie. E il Corporate Climate Responsibility Monitor 2023, realizzato da NewClimate Institute e Carbon Market Watch, ha analizzato le dichiarazioni climatiche di 24 grandi aziende internazionali trovando che la dichiarazione media di “neutralità carbonica” copriva appena il 3% dell’impronta emissiva reale dell’azienda. Tutte le dichiarazioni di neutralità sono state valutate di integrità scadente.

Un consumatore che legge “carbon neutral” su un prodotto potrebbe ragionevolmente pensare che l’intera attività dell’azienda sia a emissioni bilanciate. Nella realtà, quella etichetta potrebbe riferirsi a una frazione minima delle emissioni totali.

I tribunali europei prendono posizione

I tribunali europei hanno iniziato a prendere posizione. Il 27 giugno 2024, la Corte Suprema Federale tedesca (Bundesgerichtshof) ha emesso la prima sentenza di una corte suprema nazionale in Europa sull’uso del termine “klimaneutral” in pubblicità. Il caso riguardava Katjes, un produttore tedesco di dolciumi che aveva pubblicizzato i propri prodotti come “klimaneutral” su un giornale di settore. La produzione non era a zero emissioni: l’azienda finanziava progetti di compensazione tramite un partner, con un link al sito esterno e un QR code nell’annuncio.

La Corte ha stabilito che il termine “klimaneutral” è ambiguo, perché può significare sia riduzione delle emissioni nella produzione sia semplice compensazione tramite crediti, e che riduzione e compensazione non sono mezzi equivalenti: la riduzione ha priorità sulla compensazione. La Corte ha equiparato gli standard di chiarezza richiesti per le dichiarazioni ambientali a quelli per le dichiarazioni sulla salute, riconoscendo che il rischio di indurre in errore il consumatore è particolarmente alto in entrambi i casi. Non basta un QR code che rimanda a un sito esterno: la spiegazione deve essere nell’annuncio stesso. 

Fino a qui, il quadro: “carbon neutral” è un termine che chiunque può usare, che può significare cose molto diverse, e che i tribunali hanno cominciato a considerare fuorviante. Ma si trattava di sentenze su singoli casi. Ora il quadro normativo sta cambiando per tutti.

L’Unione Europea si sta muovendo nella stessa direzione. La direttiva ECGT (Empowering Consumers for the Green Transition), firmata nel febbraio 2024 ed entrata in vigore nel marzo 2024, si applicherà da settembre 2026. Vieta le dichiarazioni secondo cui un prodotto ha un impatto “neutro, ridotto o positivo” sulle emissioni di gas serra quando queste dichiarazioni si basano sulla compensazione tramite crediti di carbonio anziché sulla riduzione reale lungo il ciclo di vita del prodotto. In pratica: dal 2026, le etichette “carbon neutral” basate su compensazione saranno vietate sui prodotti venduti nell’UE. Le aziende potranno ancora comunicare il proprio sostegno a progetti climatici, ma non potranno presentarlo come compensazione diretta delle proprie emissioni.

La proposta di direttiva 

La proposta di direttiva Green Claims, che avrebbe regolato in modo ancora più dettagliato la sostanziazione delle dichiarazioni ambientali, è stata ritirata dalla Commissione Europea nel giugno 2025 dopo il ritiro del sostegno del Partito Popolare Europeo e dell’Italia. Ma la direttiva ECGT resta in vigore, è legge, e le sanzioni previste arrivano fino al 4% del fatturato annuo.

“Carbon neutral” funziona come “gas naturale”, il termine che abbiamo visto nella prima puntata di questa rubrica: suona rassicurante, evoca responsabilità e impegno, ma il significato tecnico è più sfumato di quello che suggerisce il suono delle parole. Un prodotto “carbon neutral” può essere stato fabbricato con le stesse emissioni di prima, con l’unica differenza di un pagamento a un progetto dall’altra parte del mondo che dovrebbe bilanciare il conto.

L’opacità di “carbon neutral” non è necessariamente costruita per ingannare. In molti casi le aziende seguono standard esistenti e certificazioni riconosciute. Ma l’assenza di un significato condiviso e verificabile crea lo spazio in cui la confusione prospera e i consumatori non hanno strumenti per distinguere un impegno reale da un esercizio contabile. È la differenza tra misinformazione e disinformazione con cui abbiamo aperto questa rubrica: il danno non richiede sempre un’intenzione.

La prossima volta che leggete “carbon neutral” su un prodotto o in un comunicato aziendale, la domanda utile non è se l’azienda si impegna per il clima. È una domanda più precisa: ha ridotto le proprie emissioni, o ha pagato qualcun altro? E quanto di quelle emissioni copre davvero quella dichiarazione? Se la risposta non è chiara e convincente, dal settembre 2026 nell’Unione Europea non potrà comparire in etichetta.

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