C’è una macchina enorme, invisibile, che lavora ininterrottamente da millenni sotto la superficie dell’Atlantico. Si chiama AMOC – Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione meridionale atlantica – ed è uno dei sistemi più complessi e decisivi del clima terrestre. Funziona come un gigantesco nastro trasportatore: l’acqua calda va dai tropici verso nord cedendo il calore all’atmosfera; poi, quando è diventata ormai densa e fredda, scende negli abissi e comincia il viaggio di ritorno verso sud. Questo ciclo continuo alimenta il clima mite dell’Europa nord-occidentale, regola le piogge in Africa e nelle Americhe, tiene in equilibrio buona parte del sistema climatico globale.
Oggi, questa macchina termica mostra segni preoccupanti di cedimento. Un nuovo studio pubblicato ad aprile 2026 aggiunge un elemento che gli scienziati definiscono “molto preoccupante”: i modelli che prevedono il rallentamento più drastico dell’AMOC sono quelli che meglio riproducono la realtà osservata. In altre parole, le proiezioni più pessimistiche sembrano essere anche le più accurate.
Più vicini al punto di non ritorno
L’AMOC era già nota per essere al suo livello più debole da 1.600 anni, come conseguenza della crisi climatica in corso: i segnali di un possibile punto di non ritorno erano stati individuati nel 2021. Quello che cambia con il nuovo studio è la valutazione delle probabilità: i modelli climatici più realistici – quelli che meglio imitano il comportamento reale degli oceani – sono proprio quelli che mostrano il rallentamento più intenso.
Non si tratta di un collasso imminente, non è un fenomeno che può accadere nel giro di pochi anni. Ma la direzione è chiara. Analisi basate su decine di modelli diversi indicano che l’AMOC potrebbe iniziare a ridursi intorno alla metà del secolo, in una forchetta che dipende dagli scenari delle emissioni di gas serra: più le emissioni salgono più la data si avvicina.
Nel frattempo, un gruppo di ricerca dell’Università di Utrecht ha individuato un possibile segnale precursore del collasso nascosto nei movimenti della Corrente del Golfo. Un brusco spostamento verso nord della corrente – osservato sia in modelli ad alta risoluzione sia in dati reali – potrebbe essere un campanello di allarme.
L’Europa, un continente che potrebbe gelare
Cosa succederebbe se l’AMOC collassasse? Le conseguenze per l’Europa sarebbero di una portata difficile da immaginare. In uno scenario di emissioni intermedie, le simulazioni mostrano inverni londinesi con punte vicine ai -20°C, e minimi invernali in Norvegia che potrebbero scendere intorno ai -48°C. Il ghiaccio marino si estenderebbe fino alle coste della Scozia, dei Paesi Bassi, della Scandinavia amplificando ulteriormente il raffreddamento per effetto dell’albedo, ovvero la capacità delle superfici bianche di riflettere la luce solare.
Non è fantascienza catastrofista: è il risultato di simulazioni condotte con modelli climatici complessi e aggiornati. Ma il freddo non sarebbe l’unica minaccia. Un indebolimento della circolazione porterebbe anche a una riduzione delle precipitazioni in Europa, a un innalzamento più rapido del livello del mare lungo le coste atlantiche, a perturbazioni severe dei sistemi monsonici tropicali e a effetti a cascata su altri punti critici del sistema climatico. Le tempeste atlantiche si intensificherebbero, con oscillazioni termiche giornaliere sempre più estreme.
Tutto questo mentre l’Europa si scalda, e si scalderà sempre di più. E questo è il paradosso: in un mondo più caldo, alcune regioni potrebbero trovarsi in condizioni di freddo estremo. Un ribaltamento che mette a nudo la complessità del sistema climatico e la facilità con cui le rappresentazioni semplificate possono fuorviarci.
Il dibattito scientifico
In realtà sull’AMOC la scienza non è monolitica. Esistono studi che offrono un quadro meno allarmante. Alcune ricerche mostrano che la media decennale della circolazione non ha subito un indebolimento significativo negli ultimi decenni, e che la corrente ha dimostrato una certa resilienza anche in condizioni di forte aumento dei gas serra. Altri scienziati sottolineano che i segnali precursori interpretati come avvisaglie di un collasso imminente potrebbero non essere robusti come sembrano.
Il dibattito è dunque aperto. Ma c’è una differenza importante tra incertezza scientifica e rassicurazione. L’incertezza – in questo caso – riguarda la tempistica e l’intensità del fenomeno, non la sua direzione. Il trend è quello di un indebolimento progressivo, e i modelli più accurati indicano che potremmo essere più vicini al punto critico di quanto si pensasse.
Un sistema che ha già ceduto in passato
Del resto l’AMOC è già collassata in passato: accadde circa 12.900 anni fa, quando la fusione accelerata di un enorme bacino glaciale nordamericano riversò enormi quantità di acqua dolce negli oceani innescando il Dryas Recente, un brusco raffreddamento durato più di un millennio.
Ricerche più recenti mostrano che anche le grandi eruzioni vulcaniche hanno storicamente avuto la capacità di destabilizzare la circolazione atlantica, provocando cambiamenti climatici improvvisi durati secoli o millenni. Oggi un sistema climatico già indebolito dall’immissione massiccia di gas serra in atmosfera è molto più vulnerabile alle perturbazioni.
Di fronte a questo scenario, la risposta politica globale appare del tutto sproporzionata, in netto contrasto con le indicazioni della comunità scientifica. I Paesi che più contribuiscono alle emissioni di gas serra continuano a procedere con aggiustamenti molto lenti e negoziati al ribasso.come se la crisi climatica fosse un problema da gestire nell’arco di un futuro indeterminato.
Gli scienziati invece chiedono interventi immediati: più misurazioni, più dati, più tagli delle emissioni serra. E avvertono. Il sistema AMOC ha una caratteristica temibile: una volta superato il punto di non ritorno, non si torna indietro in tempi compatibili con una vita umana. Ci vorrebbero secoli, forse millenni. È il tipping point climatico: non un confine che permette di passare più volte da una parte e dall’altra, ma una soglia oltre la quale il sistema si riorganizza in modo stabile, per un periodo lungo, su un equilibrio diverso. Un diverso che, in questo caso, ha il volto di inverni polari alle latitudini di Londra e Amsterdam.
