C’è una voce mancante nei bilanci ambientali globali. Una voce importante, ma che nessun governo è tenuto a dichiarare, che non compare nei rapporti ufficiali inviati alle Nazioni Unite, che non rientra negli impegni presi negli accordi internazionali sul clima. Questa voce si chiama guerra. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle emissioni dei trasporti, dell’industria e dell’agricoltura, i conflitti armati producono quantità di gas serra che farebbero impallidire molti settori produttivi. A dirlo è una ricerca sistematica condotta da Lennard de Klerk, fondatore della Initiative on GHG Accounting of War, il progetto che da anni prova a misurare ciò che la comunità internazionale preferisce ignorare.
L’analisi verrà presentata domani alla Padova Climate Action Week. “Portare questo confronto a Padova, in un festival costruito dal basso, significa dare voce a chi lavora concretamente per contrastare la crisi e proporre strade alternative e soluzioni”, sottolinea Daniele Pernigotti, CEO di Aequilibria e promotore della Padova Climate Action Week, il prino festival diffuso sul clima organizzato dal basso.
I numeri della guerra in Ucraina
A quattro anni dall’invasione russa su larga scala, le emissioni di gas serra attribuibili al conflitto in Ucraina hanno superato la soglia di 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. È un numero che corrisponde all’incirca a quanto emette l’intera Francia nell’arco di un anno. A contribuire a questo bilancio non sono solo le operazioni militari dirette, con i carburanti consumati da mezzi corazzati, aerei e navi, o le esplosioni di depositi di carburante e infrastrutture industriali. C’è anche un altro fattore: gli incendi boschivi. I combattimenti innescano roghi in condizioni sempre più estreme, con temperature elevate e siccità crescente che rendono il fuoco molto difficile da controllare. Il riscaldamento globale, a sua volta, aggrava queste condizioni. È un circolo che si autoalimenta, in cui guerra e crisi climatica si potenziano a vicenda in modo progressivo e difficilmente reversibile.
Gaza: un danno lungo decenni
Se in Ucraina la contabilità riguarda un conflitto ancora in corso e in continua espansione, il caso di Gaza offre uno sguardo su una dimensione diversa del problema. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica One Earth ha stimato che il costo complessivo del conflitto a Gaza, considerando la distruzione delle infrastrutture, lo sfollamento di massa della popolazione e la futura ricostruzione, superi i 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Una cifra superiore alle emissioni annuali combinate di Costa Rica ed Estonia.
Ricostruire città rase al suolo significa produrre cemento, trasportare materiali, alimentare cantieri per anni. Ogni edificio distrutto e poi ricostruito ha un’impronta carbonica doppia. A questa logica si aggiunge il collasso dei sistemi idrici, sanitari ed energetici, che costringe le popolazioni a soluzioni di emergenza altamente inquinanti. La guerra, in altre parole, non solo emette CO₂ nel momento in cui si combatte: la emette anche nei decenni successivi, tra macerie che devono essere rimosse e muri che devono essere rialzati.
Il buco nero nella governance climatica
Il punto più critico, però, non riguarda i numeri in sé. Riguarda il fatto che questi numeri non devono essere dichiarati da nessuno. Gli Stati non hanno alcun obbligo di rendicontare le emissioni militari all’organo delle Nazioni Unite competente per il clima. Il risultato è che una delle fonti più significative di gas serra al mondo opera in un completo vuoto di responsabilità internazionale.
Questa lacuna non è accidentale. Le emissioni militari sono state escluse dagli accordi di Kyoto e sono rimaste sostanzialmente fuori anche dagli accordi successivi. Una scelta politica mascherata da complessità tecnica, che ha permesso ai governi di fissare obiettivi climatici ambiziosi sulla carta continuando a finanziare e alimentare conflitti senza che questo pesasse minimamente sui loro impegni ufficiali.
L’Ucraina ha scelto di rompere questo schema. Alla COP30 in Brasile ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Russia di rispondere anche dei danni climatici provocati dall’invasione. Il risarcimento richiesto, calcolato su un costo sociale del carbonio di 185 dollari per tonnellata, supera i 57 miliardi di dollari nella sola categoria dei danni ambientali, all’interno del Registro internazionale dei danni. È una mossa legalmente e politicamente inedita, che potrebbe aprire un fronte completamente nuovo nella responsabilità ambientale degli Stati.
Contare per cambiare
La metodologia sviluppata per Gaza si sta applicando ora anche al conflitto in Iran, allargando ulteriormente la mappa. Non si tratta di un esercizio accademico. Dare un numero preciso alle emissioni belliche significa renderle visibili, e renderle visibili significa aprire la strada alla possibilità di includerle nei meccanismi di responsabilità internazionale.
Finché le guerre resteranno fuori dalla contabilità climatica, qualsiasi impegno globale per ridurre le emissioni sarà destinato a restare incompleto. Non si può combattere la crisi climatica ignorando uno dei suoi acceleratori più potenti. Cominciare a contare è il primo atto politico possibile.
