16 Aprile 2026
/ 16.04.2026

Milano lascia crescere l’erba e le praterie urbane ringraziano

Lo sfalcio ridotto diventa strutturale in 94 aree: più biodiversità, meno consumo di risorse e una nuova idea di parco cittadino

Dopo due anni di test, Milano ha deciso di rendere strutturale lo “sfalcio ridotto“, trasformando una pratica sperimentale in una linea stabile di gestione del verde urbano. La scelta riguarda oggi circa 1,6 milioni di metri quadrati distribuiti in 94 aree, dai grandi parchi storici fino a margini stradali e scarpate.

“Ormai siamo usciti dalla fase di sperimentazione e la scelta si è rivelata giusta rispetto alla tutela della biodiversità”, ha spiegato l’assessora al Verde Elena Grandi. A sostenere la decisione sono i dati raccolti con l’Università di Milano-Bicocca: nelle zone dove l’erba viene tagliata meno frequentemente si registra un aumento della biodiversità fino al 60%. “In una città questo è ciò che permette di mantenere un ecosistema che altrimenti andrebbe perduto”.

I numeri dietro la scelta

Il monitoraggio scientifico, condotto dal team ZooPlantLab nell’ambito del National Biodiversity Future Center (programma PNRR da 328 milioni di euro), ha analizzato in particolare gli insetti urbani. Nelle aree a sfalcio ridotto la presenza di impollinatori, predatori e decompositori cresce fino al 30% rispetto ai prati rasati con frequenza.

Api selvatiche, sirfidi, farfalle e coleotteri trovano nelle praterie urbane temporanee un habitat più stabile, grazie alla maggiore varietà di fioriture spontanee: trifogli, centauree, carote selvatiche. Dove aumenta la diversità vegetale, cresce anche quella animale, con picchi che superano il 60%.

Non mancano però elementi di attenzione: la proliferazione eccessiva di graminacee può ridurre la varietà complessiva, con effetti negativi sulla fauna (-40% in alcuni casi). Il modello, dunque, richiede gestione attiva e monitoraggio continuo, non semplice “abbandono” del prato.

Clima urbano: l’effetto invisibile

I prati lasciati crescere funzionano come infrastrutture climatiche diffuse. Trattengono meglio l’acqua durante le piogge intense, rallentandone il deflusso e riducendo il rischio di sovraccarico della rete fognaria. Nei mesi caldi, invece, contribuiscono ad abbassare la temperatura percepita.

A questo si aggiunge un effetto meno visibile ma rilevante: meno sfalci significa meno consumo di carburante, meno emissioni e minore uso di acqua e fertilizzanti. Una gestione che incide anche sull’impronta ecologica della città.

Tra consenso e resistenze

Nonostante i dati, il progetto continua a dividere. Una parte dei cittadini associa ancora l’erba alta a incuria e scarsa manutenzione. Il Comune prova a rispondere con una distinzione netta: le aree a sfalcio ridotto sono progettate, delimitate e segnalate; altrove, il verde resta gestito con standard tradizionali.

“Le proteste ci sono, non lo nego, e a volte sono anche strumentali. Ma credo che le persone stiano capendo sempre di più il senso di questa scelta”, ha osservato l’assessora. Il punto, per l’amministrazione, è evitare ambiguità visive: il prato “naturale” deve essere riconoscibile come tale, non confuso con una manutenzione carente.

Una nuova geografia del verde

Il cambiamento ridisegna anche la mappa ecologica della città. Spazi residuali diventano corridoi biologici tanto quanto i parchi Sempione, Montanelli, Lambro o Cave. Fasce marginali, spesso trascurate, assumono una funzione strategica per la connessione tra habitat.

La scommessa ora è sulla durata. Perché l’erba alta, da simbolo di polemica, diventi normalità amministrativa, e soprattutto strumento concreto per adattare la città a un clima che cambia.

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