17 Aprile 2026
/ 17.04.2026

Ostriche, il grande ritorno nel Mare del Nord

Quindici milioni di esemplari per ricostruire gli ecosistemi delle Orcadi. Tra benefici reali e limiti sul fronte climatico, cosa dice la scienza

Oltre 15 milioni di giovani ostriche saranno rilasciate nel Mare del Nord, al largo delle Orcadi, in uno dei più ambiziosi interventi di rinaturalizzazione marina mai tentati nel Regno Unito. Il progetto mira alla ricostruzione di un banco esteso per oltre 100 ettari e al ripristino di processi ecologici scomparsi da decenni.

A guidare l’iniziativa è una rete che include Green Britain Foundation, Nature Restoration Fund e Marine Fund Scotland. Il piano prevede l’allevamento a terra delle ostriche su supporti ricchi di carbonato di calcio, poi trasferiti in mare aperto per favorire l’attecchimento e ridurre la predazione nelle fasi iniziali.

“Non solo porterà benefici ai pesci e alla baia, ma anche ai mammiferi marini, agli uccelli marini e all’intero ambiente”, ha spiegato al Guardian Richard Land, responsabile del progetto, descrivendo un effetto a catena sull’ecosistema.

Un vuoto lungo due secoli

I banchi di ostriche erano una componente strutturale delle coste britanniche. Nell’Ottocento coprivano superfici vastissime: nel Mare del Nord si estendevano per aree paragonabili a quella del Galles. Poi il collasso. Tra il 1840 e il 1850, solo a Londra si consumavano circa 700 milioni di ostriche, un dato che restituisce la scala dello sfruttamento.

Alla pesca si sono aggiunti inquinamento, dragaggi e modifiche dei fondali. La scomparsa delle ostriche ha innescato una perdita progressiva di biodiversità e funzionalità ecologica. Gli scienziati parlano di “cascata negativa”: meno filtrazione dell’acqua, meno habitat, maggiore instabilità dei sedimenti.

Ingegneri del mare

Le ostriche costruiscono habitat. Le loro barriere creano superfici dure in ambienti spesso sabbiosi, offrendo rifugio e substrato a decine di organismi, dalle alghe agli invertebrati fino ai pesci commerciali.Il progetto delle Orcadi mira proprio a riattivare questa funzione. Le strutture iniziali fungono da base per una crescita autonoma: una volta stabilizzate, le colonie possono espandersi e sostenere comunità biologiche complesse.

“Le tecniche di allevamento stanno evolvendo per produrre un numero sufficiente di ostriche da stock genetici locali”, ha osservato Philine Zu Ermgassen, ricercatrice dell’Università di Edimburgo. “È un passaggio decisivo per il recupero di un ecosistema di enorme valore”.

Il nodo climatico

Tra gli obiettivi dichiarati c’è anche il contributo alla lotta climatica. Secondo i promotori, il banco potrebbe sequestrare fino a 76 tonnellate di CO₂ all’anno. Una cifra destinata a crescere con lo sviluppo di alghe e vegetazione marina associate.Ma il quadro scientifico è più articolato. Uno studio pubblicato su Aquatic Conservation (Lee et al., 2023) mostra che il bilancio del carbonio delle ostriche è il risultato di processi contrastanti.

Ogni individuo accumula carbonio nel guscio e nei sedimenti, ma ne rilascia anche attraverso respirazione e calcificazione. Nel complesso, gli autori concludono che questi habitat difficilmente possono essere considerati grandi serbatoi di carbonio su scala globale. Il loro contributo esiste, ma è limitato rispetto ad altri ecosistemi costieri come mangrovie o praterie di fanerogame marine.

Più stoccaggio che cattura

Il punto chiave sta nella distinzione tra cattura e stoccaggio. Le ostriche favoriscono l’accumulo di carbonio nei sedimenti e nei gusci, contribuendo alla stabilizzazione nel lungo periodo. In altre parole, trattengono carbonio già presente più che sottrarlo in modo significativo all’atmosfera. Lo stesso studio stima un deposito netto medio di circa 1,5 grammi di carbonio per ostrica all’anno, tenendo conto dei diversi flussi in entrata e in uscita.

Su scala di progetto, l’effetto diventa comunque rilevante in termini ecologici: milioni di individui possono contribuire alla formazione di stock di carbonio nei fondali, soprattutto se i banchi restano indisturbati per decenni.

Un modello replicabile

L’interesse per questi interventi è in crescita: dal 2013 si contano oltre 30 progetti di ripristino dell’ostrica piatta europea in Europa. L’iniziativa delle Orcadi si candida a diventare un riferimento operativo. “Come possiamo fare in modo che la natura catturi il carbonio per noi?”, si è chiesto Dale Vince, tra i finanziatori. La risposta, in questo caso, passa da un approccio meno semplificato: lavorare sugli ecosistemi, non su singole funzioni.

È importante, però, sottolineare che il ritorno delle ostriche non è una soluzione rapida alla crisi climatica. I dati suggeriscono benefici più solidi su altri fronti: biodiversità, qualità delle acque, resilienza costiera. Resta una lezione operativa: ricostruire habitat complessi produce effetti diffusi, spesso più duraturi di interventi mirati a un solo obiettivo. Nel Mare del Nord, il lavoro è appena iniziato.

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