Realizzare un Cpr, la “prigione” amministrativa per immigrati irregolari, in un’area di pregio ambientale? Spendendo decine di milioni? Assurdo. Ma accade. Castel Volturno è simbolo di degrado umano e ambientale. La “piccola Africa” dove più di 10 mila immigrati vivono, sopravvivono, sfruttati, emarginati, vittime e attori di violenze e illegalità. Terra di rifiuti e abusivismo edilizio, cemento fin sulle spiagge, discariche e cave, scarichi e bracconaggio nelle zone umide. Con la più violenta camorra a dettare legge, la propria legge.
Due laghetti e i capanni di osservazione degli uccelli
Ma Castel Volturno è anche un luogo in cui angoli straordinari di natura restano quasi intatti. Ed è proprio qui che il ministero dell’Interno ha deciso di realizzare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio, una struttura per la quale è appena stato pubblicato il bando di Invitalia, che ospiterà 120 persone con un costo di più di 43 milioni di euro. L’area prescelta, ben 63 ettari, è denominata “Parco umido La Piana” e, come dice il nome, è una zona di alto valore naturalistico, attualmente gestita dal Reparto Carabinieri Biodiversità di Caserta in collaborazione con associazioni naturaliste per attività di studio sulla fauna delle zone umide.
Vi sono due laghetti, sentieri e capanni di osservazione degli uccelli. Vi nidificano la ghiandaia marina e il falco grillaio ed “è una zona fondamentale per le rotte migratorie“, spiega Vincenzo Viglione della segreteria del Wwf Campania con delega per il Litorale Domitio. Non a caso lo scorso anno qui è stata realizzata un’importante operazione antibracconaggio.
Tutto questo dovrebbe lasciare il posto alla struttura di “detenzione” per migranti, “sottraendo un territorio di grande valore alla comunità”, denuncia ancora Viglione. Anche Legambiente Campania protesta: “Grave errore politico e sociale. Grave la scelta dell’area: una zona naturalistica di pregio, un ecosistema fragile che dovrebbe essere tutelato, non trasformato in luogo di detenzione”. Il parco avrebbe completato la tutela del territorio che già ospita le oasi dei Laghi Variconi e della Salicelle, sempre importanti zone umide sottratte al degrado, al bracconaggio, alla camorra.
La voglia di riscatto
Un territorio, quello di Castel Volturno, che cerca di riscattarsi da decenni di saccheggio. È il caso del sequestro di oltre 80 immobili abusivi costruiti sulla costa in località Bagnara, nel Comune di Castel Volturno, 43 dei quali riconducibili al clan camorristico dei Belforte, 27 già abbattuti. Non era mai successo, ed è merito del nuovo procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Pierpaolo Bruni che proprio per questa iniziativa ha ricevuto il premio ambiente e legalità 2025, promosso da Legambiente e Libera. Un territorio non perso, dunque, ed è la stessa natura a dirlo.
Lo scorso anno sono stati ben 44 i nidi di tartaruga Caretta Caretta individuati sulle spiagge di Castel Volturno, Comune record di tutta l’Italia. Invece il Governo intende spendere 43 milioni ma non per risanare il territorio. Castel Volturno non è stata inserita tra i progetti di risanamento delle “periferie” previsti dal Decreto Caivano bis, che stanzia 180 milioni per sette territori, ma si spenderà molto di più per una “prigione” amministrativa.
Moltissime le reazioni negative al progetto del Governo, sia per la scelta di Castel Volturno che per lo strumento stesso del Cpr. Per il Forum del Terzo Settore Campania, “i Cpr sono luoghi di privazione della libertà dove la dignità umana viene messa in secondo piano rispetto a logiche emergenziali di controllo”. Per Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes di Castel Volturno, attivo dal 1996 offrendo accoglienza e servizi ai migranti, “il territorio avrebbe bisogno di altro per essere rilanciato, non certamente di un Cpr”. Per Libera Caserta e il Comitato don Peppe Diana “i Cpr rappresentano il punto più estremo di un sistema fondato sulla repressione e sulla marginalizzazione delle persone migranti” e la scelta di costruirne uno a Castel Volturno “è ancora più grave perché colpisce un territorio già segnato da profonde fragilità sociali. Qui bisognerebbe investire in diritti, inclusione, lavoro e giustizia sociale e ambientale, non in nuove strutture detentive”.
La Chiesa si mobilita
Ma è soprattutto la Chiesa a mobilitarsi. Il primo è monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e Vescovo di Caserta, il territorio di Castel Volturno. “Un’offesa per il territorio”, “un aberrante criterio ideologico”, un’iniziativa che “ferisce la dignità di tutti noi e soprattutto di quanti sono posti in una condizione di particolare vulnerabilità e abbandono”, sono le sue durissime parole. Una decisione, scrive Lagnese in un comunicato, che “mi addolora profondamente. Ritengo, infatti tale operazione un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato dallo stigma del pregiudizio negativo verso chi vive quei luoghi ove è presente un’alta concentrazione di immigrati”.
Ricordiamo il 18 settembre 2008, la “strage di San Gennaro”, sei africani uccisi dal gruppo camorrista stragista guidato da Giuseppe Setola. Un’azione con finalità terroristiche, scrissero i magistrati, per incutere paura e punire gli africani, colpendo persone completamente innocenti. Seguirono proteste anche violente dei migranti. La loro condizione finì su tutti i giornali, seguirono progetti, finanziamenti, commissari all’emergenza immigrati (attualmente il prefetto di Caserta), ma molto poco è cambiato, e quel poco soprattutto ad opera della Chiesa e del Terzo settore. E ora proprio qui si propone di realizzare un Cpr.
La condanna dell’arcivescovo
Per l’arcivescovo è una struttura inutile. Ricorda che la capienza effettivamente disponibile nei 10 Cpr presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze effettive sono pari a 546 persone. “Perché allora aprire, con dispendio di denaro pubblico, un nuovo Cpr, quando quelli esistenti ospitano un numero inferiore a quello consentito? E perché aprirlo proprio a Castel Volturno, una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di degrado sociale e ambientale?”.
Certo, sottolinea, “è giusto e doveroso garantire la sicurezza del territorio del nostro Paese, priorità di ogni governo nazionale, ma diffondere preoccupazione e paura, identificando a priori tutti i migranti e i rifugiati come criminali, introduce un aberrante criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come parametro di verità”. Per questo, conclude, “le Chiese di Capua e Caserta difenderanno con forza il rispetto della dignità di ogni essere umano, perché tali sono questi nostri fratelli che arrivano in Italia. Non resteremo in silenzio e non accetteremo che a Castel Volturno si ripetano le condizioni di degrado materiale e psicologico in cui oggi versano centinaia di migranti reclusi nei 10 Cpr già funzionanti in Italia. Invito le istituzioni nazionali e locali a riflettere”.
Accanto a Lagnese scendono in campo tutti i vescovi campani, con una nota firmata dal vescovo di Acerra, monsignor Antonio Di Donna, presidente della Conferenza episcopale campana, non nuovo a forti iniziative, soprattutto sul tema dei rifiuti, un impegno riconosciuto col “Premio Nazionale Don Diana – Per amore del mio popolo“.I vescovi “ribadiscono con forza che né quella terra né l’intera regione possono essere continuamente mortificati per trovare soluzione ai problemi”. Infatti, denunciano, “si tratta di una decisione che rischia di aggravare la situazione di territori già fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei migranti, che invece dovrebbe diventare criterio, nelle scelte politiche, per ogni comunità. Dentro la logica dello scarto, invece, crescono inevitabilmente la marginalità e il pericolo di nuovi luoghi di esclusione”.
“Serve un cambio di direzione“
È quanto esprime anche l’arcivescovo di Napoli, cardinale Mimmo Battaglia secondo il quale la decisione del Governo “non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive concrete di futuro”. Per don Mimmo “le politiche migratorie non possono essere ridotte a dispositivi di contenimento. La complessità non si governa creando nuovi luoghi di esclusione. La sicurezza non si costruisce alimentando periferie della dignità. Come cittadino, mi sento di dire che la nostra Costituzione è chiara: la persona viene prima di ogni altra considerazione, e la Repubblica è chiamata a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza. Ogni misura che rischia di comprimere diritti fondamentali o di trattare le persone come un problema da isolare contraddice questo orizzonte”. Invece, è il suo invito, “serve un cambio di direzione: integrazione reale, percorsi di legalità, accesso al lavoro, politiche abitative, presidi educativi. Serve uno Stato che accompagna, non che si limiti a contenere. Serve una visione capace di tenere insieme sicurezza e diritti, senza contrapporli”. Dunque “Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo dove si spostano i problemi. Possono e devono invece diventare il luogo da cui ripartire per costruire risposte. Oggi a tutti è data un’opportunità: ripensare le politiche migratorie perché Castel Volturno, Napoli e la nostra Regione diventino luoghi in cui si costruisce futuro, dove si ampliano possibilità e diritti, dove la giustizia e la pace si incontrano, dove le differenze diventano occasioni di incontro, di crescita, per una società più solidale e più fraterna”.
