30 Aprile 2026
/ 30.04.2026

La scommessa di Castel del Giudice: l’economia della restanza

Viaggio tra meleti biologici, apiari condivisi e boschi rigenerati. In Molise un borgo di 300 anime trasforma l’abbandono in un laboratorio di futuro

A ottocento metri d’altitudine, dove l’Appennino molisano si fonde con le terre d’Abruzzo, Castel del Giudice sfida le statistiche. In un momento storico in cui persino le città costiere adriatiche iniziano a perdere abitanti, questo borgo di trecento anime in provincia di Isernia ha smesso di contare le partenze per iniziare a progettare i ritorni. È il risultato di una visione che ha trasformato la rassegnazione in un azionariato popolare diffuso.

Camminando per le strade del centro, si intuisce che qui non si è giocato al “restauro per turisti” ma sulla sopravvivenza attiva e sulla “restanza”. “Siamo un piccolo Comune che ha deciso di trovare soluzioni ai problemi atavici della montagna”, spiega il sindaco Lino Nicola Gentile, la cui filosofia è il rifiuto del vittimismo. Bandite le lamentele per la mancanza di risorse, benvenute le proposte per attrarre “capitali pazienti”.

Il modello Publicom

La rinascita parte da una scommessa amministrativa: la trasformazione delle debolezze in punti di forza. Una scuola materna chiusa? È diventata una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) e una casa di riposo. Oggi questa struttura impiega stabilmente 34 persone. E quando il post-Covid ha reso introvabili gli infermieri, il Comune ha guardato oltreoceano, assumendo professionisti venezuelani grazie al riconoscimento dei titoli extracomunitari, portando nuove famiglie a risiedere nel borgo.

Questo approccio, battezzato Publicom, ha visto la nascita di società in cui il Comune è promotore e i cittadini, compresi gli emigrati, diventano soci-investitori. È accaduto con l’albergo diffuso Borgotufi, nato dal recupero di stalle fatiscenti: 50 unità abitative che oggi ospitano un ristorante gourmet, una spa e un centro digitale, finanziate da settanta soci fondatori che hanno investito nel futuro del proprio paese.

Malto Lento e l’oro rosso

Esempio di questa nuova energia sono l’azienda agricola Melise, azienda agricola che dal 2003 recupera i terreni in stato di abbandono o di semi-abbandono del Comune per ridare loro valore, e il suo birrificio Malto Lento. Inaugurato nell’ottobre del 2019, è il primo birrificio agricolo dell’Alto Molise e rappresenta una risposta creativa alla crisi del settore ortofrutticolo. Quando il prezzo delle mele bio per l’industria è crollato a 28 centesimi al chilo, “l’azienda ha scelto la strada della trasformazione interna”, racconta Emanuele Scocchera, responsabile di Melise.

Oggi, accanto agli storici alberi di mele biologiche, si coltivano oltre 60 varietà antiche molisane (come la mela Zitella o la Limoncella), selezionate perché la loro fioritura tardiva permette di resistere alle gelate primaverili che in passato avevano dimezzato i raccolti. Per diversificare e stabilizzare l’occupazione – l’azienda conta 8 dipendenti fissi e fino a 17 stagionali – sono stati destinati 13 ettari alla coltivazione di orzo e luppolo. Gli ingredienti della birra crescono a pochi metri dai tini, dando vita a produzioni che spaziano dalle birre “English IPA” alle più aromatiche “Pacifiche”.

L’Apiario di Comunità

Nel contesto verde del borgo, il racconto di Simone Gentile svela come l’Apiario di Comunità sia una lezione di ecologia sociale e resilienza economica. Nato per eliminare la dipendenza da arnie esterne per l’impollinazione dei meli, dal 2019 il progetto ha formato i cittadini trasformandoli in apicoltori: oggi conta oltre 30 micro-aziende locali che integrano il proprio reddito attraverso il miele.

In questo spazio, piccoli produttori mettono a sistema attrezzature e conoscenze per gestire colonie di Ape mellifera ligustica che, nei periodi di massima fioritura, possono raggiungere i 120.000 esemplari per arnia. I cittadini diventano così custodi della biodiversità, imparando a proteggere le api dai cambiamenti climatici e da predatori come la Vespa velutina. La filiera garantisce qualità, con punte produttive che possono raggiungere i 40-50 kg di miele per colonia, in annate favorevoli, trasformando un’attività tradizionale in un volano di coesione sociale.

La foresta intelligente

La sfida si sposta ora nei boschi attraverso il progetto LIFE Climate Positive. Sotto il coordinamento del Comune, Caterina Palumbo, Responsabile gestione ambientale sostenibile di Eticae, racconta una gestione forestale rivoluzionaria che fa del bosco un’infrastruttura di servizi ecosistemici. Oltre alla tradizionale fornitura di legna, questa visione permette di generare crediti di carbonio, trasformando il patrimonio boschivo in una risorsa attiva per l’ambiente e per l’economia.

Foto di Elettra Gallone

Castel del Giudice è l’area pilota per la “disetaneizzazione”, che consiste nel riportare il bosco ad un maggiore stato di naturalità, favorendo le specie autoctone. Un taglio mirato per gruppi di piante che crea radure strategiche. In questi spazi sono stati piantati noccioli micorrizzati per la produzione sperimentale di tartufo bianco. È un investimento sul tempo: ci vorranno anni per vederne i frutti, ma l’obiettivo è trasformare il sottobosco in un giacimento gastronomico certificato FSC e PEFC, superando la frammentazione fondiaria che da sempre blocca lo sviluppo delle aree interne.

Il PNRR e il borgo “Rinnovabile”

Il passaggio decisivo di Castel del Giudice da borgo resiliente a modello replicabile è avvenuto grazie ai 20 milioni di euro del Bando Borghi del PNRR. Questa iniezione di risorse ha innescato un volano di investimenti che sta ridisegnando il volto del paese su tre pilastri: welfare, sostenibilità e attrattività. La strategia fonde la memoria agricola del Forno di Comunità e del grano antico con una visione abitativa e tecnologica d’avanguardia. Al Senior Social Housing si affianca l’Hub Digitale, uno spazio da 48 posti letto che ospiterà la sede operativa di una multinazionale, generando 20 posti di lavoro ad alto valore tecnologico. Una rivoluzione che passa anche per l’autosufficienza: grazie a quasi 200kW di potenza fotovoltaica e alla nascita di una delle prime Comunità Energetiche Rinnovabili d’Italia, Castel del Giudice si candida a diventare energeticamente indipendente.

Casa Frezza, dove tornano i giovani

Casa Frezza è un edificio donato al Comune e gestito da un’associazione di giovani “ritornanti”. Qui si combatte la povertà educativa con il doposcuola, si organizzano festival letterari come “Radicalmente” e si attira il welfare culturale che serve a una comunità per non intende “invecchiare interiormente”. Insieme al Progetto SAI, che ha accolto 15 famiglie migranti (la maggior parte delle quali ha scelto di restare e lavorare nelle aziende locali), Castel del Giudice vuole dimostrare che l’integrazione è una risorsa demografica.

Un nuovo paradigma

Lasciando il borgo, mentre le ombre del Bosco della Selva si allungano sui meleti, resta la sensazione di aver visto un prototipo funzionante di futuro. Qui, tra il profumo del luppolo e la promessa di un tartufo bianco, l’Italia “minore” si fa grande nella sua ambizione.

Foto di Elettra Gallone

Questo borgo vuole dimostrare che lo spopolamento è una condizione che può essere invertita con la politica della competenza, del coraggio e della partecipazione. A Castel del Giudice la speranza ha radici profonde, come quelle dei nuovi impianti di noccioli e frutti antichi che guardano verso il fiume Sangro, e ha il sapore di una birra sorseggiata con lo sguardo rivolto alle vette delle Mainarde, che da quassù sembrano non essere mai state così vive.

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