11 Giugno 2026
/ 11.06.2026

Libano, la guerra che avvelena terra e acqua

Nel sud del Libano, i bombardamenti lasciano un'eredità tossica che resterà nel suolo per decenni: metalli pesanti, falde contaminate, ulivi bruciati. Un report scientifico rivela gli effetti dell'offensiva di Israele

Nel sud del Libano la guerra non ha solo distrutto case, spostato famiglie e ucciso persone. Ha anche avvelenato il suolo, infiltrato i metalli pesanti nelle radici degli ulivi, inquinato le falde acquifere che dissetano villaggi interi. È una violenza silenziosa, senza il fragore delle esplosioni, ma di lunga durata.

A documentare, con un approccio scientifico sistematico, la devastazione degli ecosistemi e l’impatto sanitario è un report elaborato da tre organizzazioni: Source International, Amel Association International e Amel Italia. Tra agosto e novembre del 2025, i ricercatori hanno prelevato quaranta campioni di suolo nei distretti di Nabatieh e Marjaayoun, due delle aree più colpite dagli scontri al confine con Israele. Hanno intervistato 122 agricoltori, condotto focus group, raccolto testimonianze. Poi hanno confrontato i risultati con campioni storici prelevati nella stessa zona nel 2001, ottenendo così una fotografia del prima e del dopo.

Quello che emerge è un quadro che gli abitanti del posto conoscevano già sulla propria pelle, ma che adesso ha nomi, numeri e molecole.

Antimonio 500 volte oltre la norma

Il caso più estremo è quello di Houla, un villaggio del distretto di Marjaayoun, a pochi chilometri dal confine israeliano. Qui le analisi hanno rilevato concentrazioni di antimonio nel suolo circa cinquecento volte superiori alla mediana registrata nel 2001. L’antimonio è un metallo pesante presente in molte tipologie di munizioni: si libera nell’esplosione, si deposita nel terreno, si lega alle particelle organiche. Non è visibile, non ha odore. Ma è lì.

Non è l’unico elemento fuori scala. Il report segnala aumenti statisticamente significativi di diversi metalli pesanti in vari punti del campionamento, tutti riconducibili all’uso massiccio di armamenti nell’area. Piombo, bario, altri composti che le bombe e i proiettili disperdono nel momento dell’impatto.

Il fosforo bianco: l’assenza come dato

Tra le questioni più dibattute del conflitto nel sud del Libano c’era stata quella del fosforo bianco, una sostanza incendiaria il cui utilizzo in aree civili è vietato dal diritto internazionale umanitario. Il report affronta il tema con la cautela propria della scienza: il monitoraggio non ha trovato prove chimiche sostanziali di contaminazione del suolo univocamente attribuibili a quella sostanza.

Ma attenzione: assenza di evidenza non è evidenza di assenza. I ricercatori precisano che i residui di fosforo bianco tendono a ossidarsi e degradarsi rapidamente nell’ambiente. Il tempo trascorso tra gli attacchi e il momento del campionamento può aver cancellato le tracce chimiche, senza che questo significhi che gli attacchi non abbiano avuto luogo o che non abbiano prodotto danni. L’assenza di una firma chimica persistente non riduce l’impatto ambientale delle munizioni incendiarie che incendiano foreste, bruciano terreni, distruggono la copertura vegetale. Solo che il danno poi non lascia un marker identificabile in laboratorio. Il che rende tutto più difficile da documentare, ma non meno reale.

Gli ulivi e la memoria di un territorio

C’è un dettaglio che colpisce più degli altri: gli ulivi. Nel sud del Libano, come in molte aree del Mediterraneo orientale, l’ulivo non è solo una coltura. È un sistema di vita, un legame con il territorio che si tramanda da secoli. I frantoi, i ritmi stagionali della raccolta alimentano economie locali radicate.

La guerra ha colpito anche questo. In alcune zone gli agricoltori hanno anticipato la raccolta per paura dell’escalation, con perdite di produzione fino al 20%. Secondo i dati raccolti, circa 80% degli agricoltori del sud del Libano ha abbandonato i propri terreni durante le fasi più intense del conflitto. Molti non sono ancora tornati: i campi sono irraggiungibili, pericolosi per la presenza di ordigni inesplosi, o perché la sicurezza non è garantita. Quando torneranno, troveranno un suolo che non è più quello che hanno lasciato.

Una ferita che l’accordo di pace non chiude

Il cessate il fuoco, fragile e contestato, non ha certo messo fine all’eredità tossica delle bombe. Anzi, in un certo senso ha reso più visibile quello che le esplosioni avevano nascosto: la contaminazione, gli ordigni inesplosi sepolti nei campi, la terra che non risponde più ai semi come dovrebbe.

Il Libano ha già vissuto questa storia. Nel 2006, durante la guerra di trentaquattro giorni tra Israele e il paese dei cedri, il bombardamento di una centrale elettrica costiera riversò tra diecimila e quindicimila tonnellate di petrolio nel Mediterraneo, contaminando quasi tutta la costa libanese. L’impatto fu devastante per la pesca, per le coste, per gli ecosistemi marini. Ci vollero anni per iniziare a parlare di recupero.

Stavolta il danno è diverso: non una catastrofe acuta ma una contaminazione cronica, diffusa. E proprio per questo più insidiosa. Non ha l’impatto visivo di una chiazza di petrolio. Non genera le immagini shock che colpiscono l’opinione pubblica internazionale. È una storia che per essere rivelata richiede laboratori, campioni, analisi comparate.

Il diritto a non essere avvelenati

Il report di Source International, Amel Association e Amel Italia è un primo passo. I ricercatori stessi lo definiscono una prima campagna di monitoraggio, non una fotografia definitiva. Ci vorrà altro tempo, altri campioni, altri confronti per capire l’estensione reale del danno. Ma già questi dati pongono una domanda che la comunità internazionale non può continuare a ignorare: chi risponde dell’avvelenamento di una terra?

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