Sessantatremila morti. Tanto è costato il caldo estremo in Europa nel 2024, secondo i dati del Lancet Countdown. Un numero che la Commissione paneuropea su clima e salute (organo indipendente convocato dal direttore regionale dell’Oms Hans Henri Kluge) mette al centro della Call to Action presentata ieri, alla vigilia dell’assemblea mondiale della sanità di Ginevra.
La crisi climatica non fa sconti a nessuno: a livello globale nel 2024 l’esposizione al calore ha causato la perdita di 640 miliardi di ore lavorative (circa il doppio della media annua del decennio 1990–1999) equivalenti a oltre 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. E in Europa il conto è particolarmente pesante: crescono i morti per i picchi di caldo, si aggrava il rischio legato ai fenomeni meteo estremi, aumenta il pericolo di nuove epidemie.
Dalla zanzara tigre alla siccità
Sul fronte delle malattie infettive la rapida espansione verso nord di Aedes albopictus – la zanzara vettore di dengue e chikungunya – sta facendo crescere di quasi 5 milioni di persone all’anno la popolazione a rischio nella regione paneuropea (che include i Paesi dell’Asia centrale). Malattie che fino a pochi anni fa erano confinate ai tropici compaiono oggi in Paesi senza precedenti storici di trasmissione locale.
Sul fronte alimentare, la siccità rappresenta già il 54% delle perdite agricole nell’Unione europea, parliamo di 28 miliardi di euro all’anno. Le proiezioni indicano che le rese di grano nell’Europa meridionale potrebbero crollare fino al 49% entro il 2050 negli scenari ad alte emissioni.
Un trend già preoccupante, che potrebbe peggiorare. Ricerche recenti mostrano infatti un cambiamento significativo nell’andamento della Corrente del Golfo rilevato dai satelliti, potenziale segnale precoce di un indebolimento dell’Amoc. Un collasso porterebbe a un brusco raffreddamento dell’Europa nordoccidentale e a un crollo delle rese agricole su vasta scala. Il rapporto cita anche altri tipping point: la perdita accelerata del ghiaccio artico, il collasso della calotta groenlandese, la destabilizzazione del permafrost. Ciascuno porta con sé effetti a cascata sulla salute, sugli ecosistemi e sui mezzi di sussistenza in tutta la regione.
I sussidi ai fossili che finanziano il danno
Uno dei passaggi più importanti del documento riguarda la contraddizione strutturale delle politiche economiche. Il Lancet Countdown Europe stima che nel 2023 il valore dei sussidi ai combustibili fossili nella regione paneuropea abbia raggiunto circa 444 miliardi di euro (in 43 Paesi con dati disponibili). Anche tenendo conto dei circa 79 miliardi di euro di entrate da tasse sul carbonio, i sussidi netti restano pari a 365 miliardi: soldi pubblici che finanziano l’inquinamento e i danni alla salute.
Il dato diventa ancora più imbarazzante su scala nazionale: in 12 Paesi i sussidi netti ai fossili hanno superato il 10% della spesa sanitaria nazionale nel 2023; in 4 Paesi hanno addirittura superato l’intero bilancio della salute. La commissione propone una riforma radicale: eliminare progressivamente i sussidi ai fossili e alla produzione di carne rossa ad alte emissioni, riallocare queste risorse verso energia rinnovabile accessibile, trasporto pubblico, edilizia efficiente e diete sane e sostenibili.
Le quattro priorità
L’aspetto economico è una delle quattro priorità sottolineate dal rapporto:
1. Dichiarare l’emergenza sanitaria climatica. La commissione chiede all’Oms di dichiarare formalmente il cambiamento climatico “emergenza sanitaria di interesse internazionale”. Edi creare un hub informativo clima-salute accessibile a tutti i Paesi, per contrastare disinformazione e negazionismo climatico con strumenti di verifica dei fatti aggiornati in tempo reale.
2. Trasformare i sistemi sanitari. Le raccomandazioni includono: l’integrazione della resilienza climatica negli standard di accreditamento professionali; la trasformazione dei percorsi di cura per ridurre le emissioni; l’integrazione della salute mentale nei piani nazionali clima-salute.
3. Potenziare le soluzioni locali e comunitarie. Le municipalità sono chiamate a istituire zone a basse emissioni, piani di azione contro il caldo, infrastrutture per la mobilità attiva, spazi verdi accessibili.
4. Riformare i sistemi economici, finanziari e regolatori. Il documento chiede di integrare criteri di valutazione clima-salute nei processi di bilancio legislativi, di rafforzare gli standard sulla qualità dell’aria e di sviluppare indicatori di progresso sociale “oltre il Pil” che mettano al centro salute, equità e sostenibilità.
Chi ha fatto il rapporto
La commissione è presieduta da Katrín Jakobsdóttir, ex primo ministro islandese, ed è composta da 11 commissari – tra cui il direttore scientifico di Asvis Enrico Giovannini e l’ex commissaria europea al Clima Connie Hedegaard – con il supporto scientifico di Andy Haines della London School of Hygiene & Tropical Medicine. Il lavoro, durato da giugno 2025 a maggio 2026, ha incluso tre audizioni pubbliche e due consultazioni speciali, raccogliendo contributi da politici, scienziati, rappresentanti della società civile e voci delle comunità più colpite.
Il rapporto respinge l’idea che agire sul clima sia un lusso economicamente insostenibile. Al contrario, le stime di Oxford Economics elaborate per la commissione mostrano che l’inazione impone costi enormi e crescenti. Con un riscaldamento di 3 gradi le perdite di Pil globali potrebbero raggiungere il 10%; nei Paesi più vulnerabili delle basse latitudini si arriva al 17%.
I benefici dell’azione immediata sono invece tangibili e distribuiti: aria più pulita, diete più sane, infrastrutture più sicure, minori costi sanitari. “Questi guadagni sono alla portata di tutti i Paesi”, scrivono i commissari. Non è solo una questione di valori: è anche una questione di aritmetica. La finestra esiste ancora, “ma si sta restringendo rapidamente”. È ora di agire.
