14 Maggio 2026
/ 14.05.2026

La Flotilla sfida il silenzio e punta di nuovo su Gaza

Cinquecento attivisti sfidano i sequestri e l'inerzia diplomatica europea. La missione civile riparte dalla Turchia verso la costa palestinese mentre le vittime superano quota 72 mila

L’orizzonte al largo di Marmaris è diventato il punto di centrale di una mobilitazione civile che ha deciso di sostituirsi alla paralisi diplomatica: la Global Sumud Flotilla ha ripreso il mare. Cinquantaquattro imbarcazioni hanno iniziato a solcare le acque della Turchia sud-occidentale con una rotta tracciata con tenacia: la Striscia di Gaza.

Le prime navi hanno lasciato il porto nel primo pomeriggio del 14 maggio. A bordo ci sono 500 attivisti provenienti da 40 Paesi, reduci da un preludio di viaggio segnato da violenze pesanti. Tra il 29 e il 30 aprile, infatti, la flotta era stata intercettata in acque internazionali, al largo di Creta. Mezzi militari israeliani avevano circondato il convoglio, sequestrando 180 persone.

Il ritorno dopo i sequestri e le torture

Le testimonianze raccolte dopo il rilascio degli attivisti descrivono quaranta ore di detenzione in condizioni degradanti, con denunce di pestaggi sistematici. Saif Abukeshek, cittadino spagnolo di origini palestinesi, è rimasto nelle carceri israeliane per dieci giorni prima di essere espulso senza alcuna accusa formale. Le imputazioni iniziali di “aiuto al nemico” e “terrorismo” sono evaporate, lasciando spazio al resoconto di abusi e privazioni subite nel carcere di Ashkelon.

Abukeshek, appena rientrato a Barcellona, ha scelto di tornare immediatamente in Turchia per guidare la ripartenza. “Ho lasciato dietro di me migliaia di palestinesi prigionieri”, ha dichiarato, sottolineando che il trattamento riservato agli attivisti internazionali rappresenta solo una minima parte della sofferenza inflitta quotidianamente alla popolazione di Gaza. La sua presenza a Marmaris trasforma questa missione in un’azione operativa che cade proprio alla vigilia dell’anniversario della Nakba, il termine arabo (catastrofe) che indica l’esodo forzato di circa 700.000 palestinesi dalle loro terre durante il conflitto del 1948. Per gli attivisti, salpare in questa data significa collegare la memoria storica all’attuale crisi umanitaria.

I numeri del collasso umanitario

Mentre le navi prendono il largo, i dati forniti dall’OHCHR e dall’UNHCR fotografano un territorio distrutto. Solo nel mese di aprile sono stati uccisi 111 palestinesi, tra cui 18 bambini. Dal 7 ottobre 2023 al maggio 2026, il bilancio totale ha raggiunto la cifra di 72.619 vittime e oltre 172 mila feriti. Reuters evidenzia come l’attività militare israeliana rimanga a un livello estremo, con un’espansione della linea di controllo verso Gaza City e Khan Younis che sta bloccando ogni possibilità di assistenza.

Oltre ai bombardamenti, Gaza affronta una crisi sanitaria senza precedenti. L’infestazione di roditori e insetti nelle abitazioni distrutte si aggiungono alla mancanza di acqua potabile, cibo e medicinali.

“Navigiamo verso Gaza! Navigiamo per molte ragioni, portiamo molte voci, ma la nostra destinazione è una sola: Gaza. Continuerà a essere la nostra destinazione finché non sarà raggiunta. Approdare sulle rive di Gaza non significa che ci fermiamo. Continueremo finché non sarà stabilito un corridoio umanitario, finché non sarà rispettata la legge internazionale”, hanno dichiarato i coordinatori della Global Sumud Flotilla,

La flottiglia potrebbe non arrivare mai a Gaza. Potrebbe essere fermata ancora una volta. Ma il dato politico resta: centinaia di persone si muovono in nome di un’opinione pubblica che chiede il rispetto del diritto internazionale.

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