L’Europa è in ritardo. Non di poco, e non su un obiettivo secondario: la transizione verso l’economia circolare, uno dei pilastri della competitività industriale del continente, procede a una velocità che è lontana anni luce da quella richiesta. Lo certifica un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA), Unlocking the circular economy: investment needs, barriers and enabling conditions. E ogni anno di inazione costa circa 84,5 miliardi di euro in benefici mancati.
Il ritardo che pesa
Il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’Ue è cresciuto di appena 1,5 punti percentuali tra il 2010 e il 2024. Un risultato che stride con l’obiettivo del Clean Industrial Deal di portare questo indicatore al 24% entro il 2030, il che richiederebbe di raddoppiarlo rispetto ai livelli attuali. I modelli economici lineari – alta domanda di materie prime, prodotti di breve durata, crescita dei rifiuti – continuano a dominare il mercato europeo nonostante anni di strategie nazionali e piani d’azione comunitari.
Il problema non è la mancanza di politiche, ma la loro attuazione. La maggior parte degli Stati membri ha strategie nazionali per l’economia circolare, ma l’implementazione è debole, disomogenea e concentrata soprattutto sul versante dei rifiuti e del riciclo. Gli investimenti privati nel settore si sono stabilizzati attorno allo 0,8% del Pil dal 2019 in poi, senza accelerazioni significative nonostante il rafforzamento del quadro normativo.
Il divario da colmare
Per attuare pienamente le politiche sull’economia circolare già adottate dall’Ue servirebbero 82 miliardi di euro aggiuntivi ogni anno fino al 2040. Si tratta di un aumento del 68% rispetto ai livelli attuali di investimento, pari al 2% di tutti gli investimenti annui nell’economia europea.
Il rapporto dedica ampio spazio alle barriere strutturali che frenano gli investimenti, distinguendo tra quelle di natura finanziaria e quelle di natura economica.
Sul fronte finanziario, uno dei nodi principali è l’inadeguatezza delle definizioni utilizzate dagli istituti finanziari. Gli standard di rendicontazione della sostenibilità non consentono ancora di quantificare pienamente i benefici dei modelli circolari. A questo si aggiunge la frammentazione del mercato unico: una materia seconda classificata come “rifiuto” in un Paese membro può essere considerata “prodotto” in un altro, rendendo impossibile raggiungere le economie di scala necessarie per i mercati circolari transfrontalieri.
Sul fronte economico, il problema di fondo è che i costi ambientali e sociali della produzione lineare non sono incorporati nei prezzi di mercato. Questa “esternalità non prezzata” crea un persistente vantaggio di costo per i modelli lineari rispetto a quelli circolari, riducendo l’attrattività degli investimenti circolari per gli investitori privati. A questo si sommano incentivi fiscali inadeguati: l’Iva si applica due volte agli stessi prodotti usati, rendendo i beni di seconda mano relativamente più cari rispetto ai nuovi; le attività di riparazione, riuso e remanufacturing non beneficiano di agevolazioni fiscali significative; i sussidi ai combustibili fossili abbassano artificialmente il costo delle materie prime vergini.
Le leve per accelerare
Il rapporto non si limita alla diagnosi ma indica gli strumenti disponibili per sbloccare la transizione, lungo tutta la catena del valore del prodotto.
A monte, nella fase di progettazione e produzione,una fiscalità differenziata che penalizzi l’uso di materie prime vergini e premi l’uso di materiali riciclati può contribuire a livellare il campo di gioco.
A metà catena, nella fase d’uso e nell’estensione della vita dei prodotti, i buoni per la riparazione e i fondi dedicati al settore possono rendere i prodotti riparabili più accessibili ai consumatori.
A valle – nella raccolta, nel recupero e nel riciclo – tasse su discariche e incenerimento scoraggiano il conferimento finale. Tasse sulle esportazioni di rifiuti potrebbero finanziare la capacità di riciclo domestica.
Raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali potrebbe aumentare il Pil europeo dello 0,5% entro il 2030. Il mercato europeo del remanufacturing potrebbe crescere dai 31 miliardi attuali a 100 miliardi entro la stessa data. La transizione potrebbe generare fino a 700 mila nuovi posti di lavoro nei settori della riparazione, del remanufacturing e del riciclo.
Sono numeri che parlano da soli. L’economia circolare non è un costo aggiuntivo imposto alle imprese dalla regolamentazione ambientale: è una delle opportunità economiche più concrete che l’Europa ha di fronte. La domanda non è se investire, ma come farlo in modo coordinato, rapido e sufficientemente ambizioso.
