Il lupo non ha invaso le città. Ha occupato lo spazio che gli abbiamo lasciato. È questo il tema di Lupi in città, il documentario diretto da Claudio Rufa e prodotto da Evoca s.r.l. nell’ambito del progetto europeo LIFE WILD WOLF, presentato in anteprima al Wildlife Research Center del Parco nazionale della Maiella.
La catena è semplice. Negli anni Settanta in tutta Italia sopravvivevano circa cento lupi, e nella sola Maiella ne restavano appena dieci o dodici. Da allora la montagna ha smesso in buona parte di essere coltivata e di ospitare pascoli, e la foresta si è ripresa i terreni che le erano stati tolti per generazioni. Con gli alberi sono risaliti i cinghiali, i cervi, i caprioli. “Come è ritornata la vegetazione, come il bosco si è ripreso i suoi spazi, anche gli animali si sono mossi di conseguenza. Oggi vediamo maggiormente gli ungulati, quindi cinghiali, cervi, caprioli, e ovviamente con loro ci sono i lupi”, spiega nel documentario Luciano Di Martino, direttore del Parco nazionale della Maiella.
Dove l’uomo si è ritirato, il predatore è tornato dopo secoli di assenza: oggi in Italia si stimano circa 3.500 lupi, a fronte di una cinquantina di avvistamenti ravvicinati l’anno. E quel bosco, in molte aree d’Italia e d’Europa, arriva ormai a lambire le periferie urbane.
I dati raccolti con i collari GPS a partire dal 2010 smontano il luogo comune del lupo che scende a valle per le pecore: nella Maiella la sua dieta è fatta per il 60-65% di cinghiale, per un altro 20-25% di capriolo e cervo, e solo per il 5% circa di animali domestici. Quella proporzione cambia però appena i branchi escono dai confini del parco: fuori, la quota di cibo che dipende da noi aumenta in modo netto. A portare il predatore sotto le finestre non è dunque l’istinto di caccia, ma la comodità: un bidone che si apre, gli avanzi lasciati sul retro di casa, la ciotola del cane sul terrazzo, un cane libero di correre da solo.
Quanto vicino alle città i lupi possano arrivare lo racconta il caso del Parco di Veio, a meno di quindici chilometri da Roma: la presenza del lupo è documentata dal 2018 e oggi vi si riproducono almeno due branchi stabili. Un esemplare catturato e seguito con il radiocollare ha rivelato un territorio percorso più ampio del previsto, si è spinto verso sud fino a superare il Grande Raccordo Anulare.
È con l’avvicinamento alle aree urbane che i lupi possono diventare “confidenti”, cioè perdere la naturale diffidenza verso di noi. Un report realizzato nell’ambito del progetto insieme alla Large Carnivore Initiative for Europe distingue l’abituazione dal comportamento audace, che scatta quando l’animale si avvicina intenzionalmente e ripetutamente alle persone a meno di 30 metri. In dieci anni, tra il 2012 e il 2022, in tutta Europa i casi censiti sono stati diciannove: l’87% riguardava lupi giovani, più della metà era collegato a cibo di origine antropica, e nella maggioranza delle situazioni c’era di mezzo un cane. Numeri piccoli, che però impongono di saper distinguere un avvistamento qualsiasi da una situazione che richiede un intervento.
LIFE WILD WOLF riunisce diciotto partner in otto Paesi – Italia, Portogallo, Grecia, Svezia, Germania, Repubblica Ceca, Croazia e Slovenia – con situazioni agli antipodi: qui la densità è tra le più alte del continente, in Portogallo la popolazione arretra, in Repubblica Ceca si espande. “Ogni Paese ha un contesto socioculturale diverso e una situazione di conservazione del lupo diversa”, osserva Valeria Salvatori, project manager del progetto. “L’ideale è arrivare a concordare un protocollo generale, un documento di indirizzo che ogni Paese o ogni area possa adottare declinandolo in modo coerente con le condizioni locali”.
Nell’attesa dei protocolli restano dieci regole di convivenza rivolte ai cittadini, che si riassumono in poche mosse: non lasciare rifiuti o cibo accessibili, non alimentare mai gli animali selvatici, tenere i cani al guinzaglio, non tentare di avvicinare un lupo. E in caso di incontro, mantenere la calma, non correre, lasciargli lo spazio per andarsene. Comportamenti semplici, ma determinanti per evitare che i lupi associno la presenza umana alla disponibilità di cibo e per preservarne la naturale diffidenza.
Il documentario, così come le azioni condivise e le esperienze maturate dalla partnership di progetto, aprono alla necessità di una nuova fase, un nuovo assetto operativo ed istituzionale per affrontare il fenomeno dei lupi urbani con la chiarezza dell’analisi scientifica ed una capacità di intervento che è richiesta dai cittadini, ma che attualmente la frammentazione amministrativa e la mancanza di squadre di intervento formate da personale esperto e reperibile non sono in grado di garantire in diverse aree d’Italia e d’Europa. Il cambiamento ecologico impone una rinnovata capacità di analisi e di risposta.
