4 Giugno 2026
/ 4.06.2026

Tre miliardi verdi finiti al Piano Mattei: la Corte dei conti vuole vederci chiaro

Il Fondo italiano per il clima era nato per finanziare la lotta ai cambiamenti climatici nei Paesi emergenti. Il governo ne ha dirottato il 70% sul Piano Mattei. I magistrati contabili hanno aperto un’istruttoria. Costa: "Le risorse della giustizia climatica non possono diventare la copertura di interessi privati"

C’è un fondo da 4,4 miliardi di euro che il Parlamento italiano aveva pensato per combattere la crisi climatica nei Paesi in via di sviluppo. Si chiama Fondo italiano per il clima, è gestito da Cassa depositi e prestiti ed è operativo dal 2023. Oggi, per esplicita scelta del governo Meloni, il 70% di quelle risorse (circa tre miliardi di euro) è stato vincolato al Piano Mattei per l’Africa. E sulla legittimità di questa operazione la Corte dei conti ha aperto un’istruttoria.

A sollevare pubblicamente la questione è Sergio Costa, vicepresidente della Camera dei deputati: “La Corte dei conti ha aperto un’istruttoria sul Fondo italiano per il clima per verificare se la decisione del governo di spostarne il 70% sul Piano Mattei sia compatibile con la finalità climatica per cui quelle risorse erano state stanziate. È una domanda a cui Palazzo Chigi non può sottrarsi”.

Il decreto del 30 ottobre 2024

L’origine della vicenda risale al decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 30 ottobre 2024, con cui il governo ha ridefinito l’orientamento strategico del Fondo e ha stabilito che il 70% delle sue risorse fosse destinato al Piano Mattei. Un atto che, secondo la ricostruzione di IrpiMedia (che ha condotto un’inchiesta sulla vicenda) avrebbe anche modificato i criteri di ammissibilità dei progetti, allargando la platea degli interventi finanziabili a quelli con un impatto climatico non più principale ma soltanto “significativo”.

Costa non usa mezzi termini: “Con il decreto del 30 ottobre 2024 i criteri di ammissibilità dei progetti sono stati allargati senza la trasparenza dovuta, riducendo la quota destinata agli interventi con obiettivo climatico principale a vantaggio di quelli a impatto soltanto significativo. Non è un dettaglio tecnico: è il modo in cui si trasforma uno strumento di giustizia climatica in una leva di politica industriale”.

La Corte dei conti ha in realtà aperto due distinte procedure sul Fondo. La prima, conclusa con una relazione approvata con delibera n. 45/2026/G e resa pubblica a maggio, riguarda l’efficacia complessiva dello strumento. Il giudizio dei magistrati contabili è articolato: riconoscono al Fondo la capacità di sostenere progetti rilevanti e il contributo al rafforzamento della finanza climatica internazionale, ma segnalano il rischio che vengano privilegiati i progetti con un ritorno economico più immediato, a scapito di quelli più necessari per il clima che generano ritorni finanziari scarsi o nulli. La seconda procedura, ancora aperta, riguarda invece la correttezza legale del trasferimento di tre miliardi al Piano Mattei. La Corte ha chiesto documenti al governo, ma alcuni non sono ancora stati consegnati.

La questione della trasparenza

Sulla questione della trasparenza, Costa annuncia un’iniziativa parlamentare diretta: “Presenterò un’interrogazione per chiedere al governo quali criteri abbiano guidato l’assegnazione di quei fondi e perché alcuni atti restino sottratti al controllo pubblico. La Corte attende ancora documenti che il governo non ha consegnato”.

Tra i progetti già approvati dopo la modifica dei criteri c’è quello di Eni in Kenya: 75 milioni di euro per una filiera di produzione di biocarburanti da agri-feedstock. Eni ha confermato di aver ricevuto le risorse del Fondo, con accredito su un conto presso Banque Eni S.A. nell’agosto del 2025.

Sul progetto keniota pesa tuttavia più di un interrogativo. Una visita sul campo condotta da IrpiMedia nel marzo 2025 ha rilevato che la filiera locale fatica a decollare. Un’inchiesta di Politico Europe del marzo 2026 ha poi evidenziato come il progetto resti in larga parte dipendente da materie prime importate dall’estero – semi oleosi dal Sudafrica – mettendo in dubbio la reale creazione di una filiera locale sostenibile. “Risorse destinate alla giustizia climatica devono mantenere la propria finalità iniziale e non diventare la copertura di interessi privati”, conclude Costa.

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