17 Giugno 2026
/ 17.06.2026

Un mare di funghi sotto di noi

La prima mappa globale della rete fungina sotterranea rivela un’infrastruttura biologica che sfida ogni immaginazione: 110 quadrilioni di chilometri di filamenti vivi, invisibili, indispensabili. E che stiamo distruggendo

Ci sono cifre che la mente rifiuta di elaborare: 110 quadrilioni di chilometri è una di queste. Per darle un senso bisogna ricorrere a paragoni astronomici: è quasi un miliardo di volte la distanza che separa la Terra dal Sole. L’intera Via Lattea misura circa centomila anni luce; questa rete fungina, se distesa, coprirebbe il 10% della nostra galassia.

Eppure non si trova nello spazio profondo. Sta qui, nei primi quindici centimetri di terreno sotto i nostri piedi. L’11 giugno 2026, la rivista Science ha pubblicato la prima mappa globale di questa infrastruttura nascosta, realizzata da un team internazionale coordinato da Justin Stewart e Corentin Bisot per conto della SPUN, la Society for the Protection of Underground Networks. È la prima volta che la scienza riesce a quantificare, con metodi rigorosi, l’estensione e la biomassa di quella che è forse la struttura biologica più vasta del Pianeta.

Cosa sono le ife, e perché non le vediamo

I protagonisti di questa storia non sono i funghi che conosciamo: non il porcino, non il chiodino, non il cappello bianco che spunta nel bosco dopo la pioggia. Quelle sono le parti riproduttive, le “cime degli iceberg” di organismi che vivono quasi interamente sottoterra.

I funghi formano filamenti microscopici chiamati ife, dal greco hyphe, ovvero “tessuto”, che penetrano nel terreno in ogni direzione, intrecciandosi alle radici delle piante in una simbiosi evolutiva che dura da circa 450 milioni di anni.

Ciascuna ifa è da dieci a cinquanta volte più sottile di un capello umano. Invisibile a occhio nudo, fragile al tatto, devastata da una vangata. Eppure, messa insieme con i miliardi di miliardi di filamenti che popolano ogni grammo di suolo fertile, forma l’infrastruttura biologica più estesa che esista.

La massa di carbonio custodita in queste reti è stimata tra le quattro e le sei volte quella di tutta l’umanità vivente. Questi organismi, che nessuno vede e pochissimi conoscono, reggono una quota sostanziale del sistema vivente terrestre.

Lo scambio che ha reso possibile la vita sulla terraferma

Per capire perché questa rete esiste – e perché importa – bisogna capire il patto su cui si regge. Le piante producono carbonio organico attraverso la fotosintesi e ne cedono una parte ai funghi attraverso le radici. I funghi lo incorporano nelle proprie strutture o lo rilasciano nel suolo sotto forma di composti organici. In questo modo spostano circa 4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente nei suoli ogni anno, pari all’11% delle emissioni globali annue legate alle attività umane.

In cambio, i funghi forniscono alle piante fosforo e acqua, attingendo a zone del suolo che le radici da sole non raggiungerebbero mai. Le ife si estendono nel terreno ben oltre la zona radicale, moltiplicando fino a cento volte la superficie di assorbimento effettiva della pianta. Circa il 70% delle specie vegetali terrestri partecipa a questa partnership: gran parte della vegetazione che copre i continenti dipende, in misura variabile, da questa alleanza sotterranea.

Come si mappa l’invisibile

Misurare la densità dei funghi nel suolo su scala globale è un problema metodologico di proporzioni enormi. Non esiste un satellite che rilevi le ife. Scavare campioni sistematicamente su ogni chilometro quadrato di terraferma non è praticabile. Il team ha analizzato 322 studi già pubblicati, oltre 16.000 campioni di suolo provenienti da nove biomi e più di 4.000 misurazioni della densità dei filamenti, usando poi machine learning e imaging robotizzato su oltre 300.000 strutture fungine.

La mappa ha riservato una sorpresa che ribalta alcune intuizioni comuni. Ci si aspetterebbe che le foreste tropicali – le grandi polmoni verdi del pianeta, dense di biomassa e biodiversità – fossero anche il cuore della rete fungina. Non è così.

Le praterie, le steppe e le zone umide si sono rivelate molto più ricche di ife di quanto si pensasse. Il 40% della rete fungina terrestre è ospitato dagli ecosistemi delle praterie, in particolare quelle che si trovano in Sudan, in Florida e sull’altopiano tibetano, che presentano una densità eccezionalmente elevata.

Il problema è che le praterie vengono convertite in terreni agricoli a una velocità superiore rispetto alle foreste, in parte perché è fisicamente più semplice arare una steppa che abbattere un bosco tropicale. Le aree coltivate sono quelle che risultano più povere, con potenziali ripercussioni sulla salute del suolo.

L’Italia spezzata in due

I dati italiani restituiscono un’immagine netta, quasi brutale nella sua leggibilità. Le zone con la maggiore densità fungina sono la fascia nord-occidentale tra Liguria e Piemonte, la Sardegna e la dorsale appenninica. Quelle con la densità più bassa sono la Pianura Padana e la Puglia: due delle aree più intensamente coltivate e industrializzate del Paese.

La coincidenza non è casuale. L’aratura meccanica spezza fisicamente i filamenti. I fertilizzanti artificiali riducono la simbiosi perché, se il fosforo è già disponibile nel suolo, la pianta non ha incentivi evolutivi a investire energia nel mantenimento del fungo. E molte varietà agricole moderne sono state selezionate per crescere bene anche in assenza di simbiosi fungina: un vantaggio a breve termine che si paga con l’impoverimento strutturale del suolo su scale temporali più lunghe.

Quello che i modelli climatici non sanno ancora

C’è un’implicazione di questo studio che merita attenzione, al di là della meraviglia per i numeri. I modelli climatici attuali non includono ancora questa variabile in modo dettagliato, proprio perché finora mancavano dati sufficientemente precisi sulla distribuzione geografica di questi funghi.

Quattro miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente spostate ogni anno dai suoli: è una cifra che dovrebbe figurare nelle equazioni con cui proviamo a capire dove sta andando il clima. Non figura, o figura in modo molto approssimativo, perché fino a dieci giorni fa non esisteva una mappa globale abbastanza precisa da alimentare quei calcoli. Ora esiste. Saperla usare – e soprattutto saperla proteggere – è un’altra questione.

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