6 Luglio 2026
/ 6.07.2026

Meno stalle, più arnie: come stanno cambiando le campagne europee

I nuovi dati Eurostat fotografano il ridimensionamento della zootecnia tradizionale e il picco storico di 9,4 milioni di alveari nell'UE. Alla base del fenomeno ci sono anche  i margini azzerati degli allevamenti e le strategie di diversificazione del reddito dei produttori

Gli ultimi dati Eurostat ci dicono che l’agricoltura europea sta vivendo una profonda riconversione strutturale. Nel giro di pochi giorni, l’ufficio di statistica europeo ha comunicato che il patrimonio zootecnico tradizionale continua a ridursi e che, parallelamente, il numero di alveari censiti nelle aziende agricole è salito a 9,4 milioni. L’Italia è in prima fila in questa transizione, con un balzo che ci porta a sfiorare i due milioni di arnie.

La ritirata delle stalle e il boom delle api sono le risposte diverse di comparti differenti alle stesse identiche pressioni: costi di gestione in crescita, mercati instabili e un clima con cui è sempre più difficile fare i conti.

Perché le stalle chiudono

I numeri del lungo periodo (2015-2025) sottolineano che in Europa gli allevamenti arretrano ovunque, dai bovini ai suini, fino agli ovicaprini.

I consumi complessivi di carne tengono, pur registrando uno spostamento dalle carni rosse verso il pollame. La crisi delle stalle si gioca, invece, sui bilanci. L’impennata dei costi energetici, il prezzo dei mangimi, gli investimenti necessari per adeguarsi alle normative europee sul benessere animale e il taglio dei farmaci hanno ridotto fortemente i margini di guadagno. Di fronte a spese fisse ritenute soffocanti e al cronico problema del ricambio generazionale – con i giovani che faticano a ereditare attività così complesse e vincolate – molti allevatori preferiscono chiudere.

Le arnie

Se la zootecnia si contrae, l’apicoltura aziendale cresce del 16% in tre anni. Più alveari non significano, però, più miele sul mercato.

Il settore apistico è infatti uno dei più colpiti dagli effetti della crisi climatica. Siccità prolungate e piogge torrenziali fuori stagione distruggono i calendari delle fioriture, riducendo le rese e costringendo i produttori a continui interventi di nutrizione artificiale per salvare gli sciami. Se non si fa reddito con il miele, perché allora le aziende agricole investono sulle api? La risposta sta nella diversificazione e nella difesa delle proprie colture. Le api sono diventate a tutti gli effetti un’infrastruttura biologica aziendale, integrata nei terreni sia per garantire l’impollinazione – e quindi la produttività e la qualità – di frutta, girasoli e colza, sia per intercettare i fondi della Politica Agricola Comune (PAC).

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