Quando abbiamo smesso di pensare al futuro? È una domanda che merita di essere posta in un’epoca dominata dall’emergenza. Negli ultimi anni crisi economiche, emergenze sanitarie, tensioni geopolitiche, accelerazione tecnologica e cambiamenti climatici hanno costretto governi, imprese e istituzioni a concentrarsi sulla gestione dell’immediato. La politica e l’economia hanno perso l’abitudine a guardare oltre l’orizzonte più vicino, rincorrendo gli eventi invece di anticiparli.
Eppure, proprio mentre l’incertezza aumenta, cresce la necessità di recuperare una visione di lungo periodo. È questa la sfida che anima i future brief promossi da Ecosistema Futuro, iniziativa che ho il piacere di curare attraverso un Comitato editoriale. L’obiettivo non è quello di esercitarsi in previsioni più o meno suggestive, ma di introdurre nel dibattito pubblico italiano una pratica ancora poco diffusa: il foresight, ovvero l’esplorazione sistematica dei diversi futuri possibili per orientare le decisioni del presente.
Nel nostro Paese il futuro è spesso evocato come parola d’ordine. Compare nei programmi politici, nelle strategie aziendali, nei documenti istituzionali. Più raramente, però, viene affrontato con strumenti adeguati alla sua complessità. Comprendere il futuro non significa indovinarlo. Significa identificare le trasformazioni già in atto, analizzarne le interazioni e costruire scenari alternativi che consentano di valutare opportunità, rischi e conseguenze delle scelte di oggi.
Questa impostazione è ormai consolidata a livello internazionale, ma resta ancora marginale in Italia. Eppure, le grandi sfide contemporanee mostrano con evidenza i limiti di un approccio emergenziale e frammentato. Le trasformazioni non si sviluppano in modo isolato e senza impatti sistemici. L’invecchiamento della popolazione incide sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità dei sistemi di welfare; l’innovazione tecnologica modifica l’organizzazione dell’economia e della formazione; i cambiamenti climatici influenzano infrastrutture, salute pubblica e competitività. Affrontare ciascuno di questi fenomeni separatamente significa spesso produrre risposte incomplete – o, peggio, contraddittorie – a problemi che sono, per natura, sistemici.
I Future Brief nascono con l’ambizione di offrire a decisori pubblici e privati strumenti di riflessione capaci di ampliare l’orizzonte delle scelte. Non formulazioni prescrittive, ma mappe interpretative per orientarsi in un contesto sempre più complesso.
Il primo Future Brief: il futuro delle professioni sanitarie in Italia
Il primo brief della collana, dedicato al futuro delle professioni sanitarie in Italia e realizzato da Randstad Research, rappresenta un esempio particolarmente significativo. La sanità è infatti uno dei settori nei quali le decisioni assunte oggi produrranno effetti profondi nei prossimi decenni per tutta la società. L’invecchiamento della popolazione, la carenza di personale, la diffusione delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale stanno già modificando il volto del Servizio sanitario nazionale.
I dati descrivono una situazione che richiede attenzione. L’Italia destina alla sanità pubblica una quota del PIL inferiore alla media europea e registra una carenza di circa 25 mila medici e oltre 250 mila infermieri. Alle difficoltà di reclutamento si aggiunge l’età media crescente degli stessi professionisti sanitari, mentre aumentala domanda di assistenza legata all’incrementodella popolazione anziana.
Di fronte a queste dinamiche, limitarsi a fotografare le tendenze non basta. Occorre interrogarsi su come possano combinarsi tra loro e quali effetti possano produrre. Per questo il brief sviluppa quattro scenari al 2032, che vi invito a esplorare: 1) Sanità digitale; 2) Sanità senior-centrica; 3) Futuro-passato; 4) uno scenario ideale, che integra gli aspetti più positivi dei tre modelli: investimenti nelle tecnologie, sviluppo della medicina territoriale, valorizzazione del capitale umano, riduzione delle disparità regionali e adozione dell’approccio “One Health”.
Futuri possibili, futuro desiderabile
Ma non basta chiedersi che cosa potrebbe accadere; occorre interrogarsi anche su ciò che consideriamo desiderabile. Ragionare su uno scenario ideale – su un futuro desiderabile, tra i futuri possibili significa inevitabilmente confrontarsi con una dimensione normativa. Quale equilibrio vogliamo costruire tra innovazione ed equità? Quali priorità intendiamo assegnare alla sostenibilità, alla crescita economica, alla qualità della vita?
Da questo punto di vista, parlare di “futuri” al plurale non rappresenta soltanto una scelta metodologica. È anche un esercizio di democrazia. Significa riconoscere che il futuro non è già scritto e che le decisioni di oggi, maturate attraverso il confronto e il dibattito partecipativo, possono orientarne la direzione. Significa sottrarsi sia al fatalismo di chi considera inevitabili determinati esiti, sia all’illusione di poter prevedere ogni sviluppo. Ecosistema Futuro si richiama al Patto sul Futuro e agli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite quanto al principio, introdotto nella Costituzione italiana nel 2022, della tutela degli interessi delle future generazioni.
Nessun esercizio di foresight può eliminare l’incertezza. Al contrario, il suo compito è renderla visibile. La storia recente ha mostrato quanto eventi improbabili ma ad alto impatto – dalle pandemie ai conflitti, dalle crisi finanziarie alle innovazioni disruptive – possano modificare rapidamente traiettorie considerate consolidate. Costruire una cultura dell’anticipazione non significa pretendere di conoscere il domani. Significa sviluppare la capacità di prepararsi a scenari differenti, riconoscendo che il futuro non è soltanto qualcosa che accade, ma qualcosa che può essere influenzato dalle scelte compiute oggi.
In un Paese spesso accusato di guardare troppo poco lontano, spero e speriamo che iniziative come i Future Brief rappresentino un segnale incoraggiante. Non perché offrano risposte definitive, ma perché aiutano a formulare le domande giuste e a stimolare il dibattito. E nei tempi dell’incertezza permanente, la qualità delle domande è spesso il primo requisito della qualità delle decisioni.
Qui puoi trovare la Guida alla serie dei future briefs.
Qui puoi trovare il Future Brief n.1 “Il futuro delle professioni sanitarie” di Randstad Research.
*Andrea Ricci è Senior Researcher a ISINNOVA, e co-coordinatore dell’Area Ricerca di Ecosistema Futuro
