La Nuova Zelanda entra nella mappa globale dell’influenza aviaria H5N1. Il primo caso è stato confermato su uno stercorario bruno, un uccello marino migratore rinvenuto morto su una spiaggia nei pressi di Wellington. La segnalazione, resa nota il 15 luglio dal ministro della Biosicurezza Andrew Hoggard, apre una nuova fase di sorveglianza per un Paese che ospita alcune delle specie avicole più singolari e vulnerabili del Pianeta.
Il virus, già responsabile di milioni di morti tra uccelli selvatici e animali allevati dal 2021, aveva raggiunto anche l’Australia, ultimo continente prima della Nuova Zelanda a registrare la presenza dell’H5N1. Le autorità neozelandesi, tuttavia, al momento non hanno rilevato focolai negli allevamenti né episodi di mortalità diffusa nella fauna selvatica.
“Non ci sono prove di mortalità di massa nella fauna selvatica o di trasmissione tra uccelli selvatici in Nuova Zelanda. Non è stata rilevata alcuna presenza nel pollame”, ha dichiarato Hoggard all’agenzia Reuters.
Una minaccia per specie senza difese evolutive
L’attenzione delle autorità si concentra soprattutto sulle specie endemiche, molte delle quali hanno caratteristiche evolutive che le rendono particolarmente esposte. L’isolamento geografico della Nuova Zelanda ha favorito per milioni di anni lo sviluppo di una fauna unica, spesso priva della capacità di volare e con comportamenti di nidificazione a terra.
Proprio queste peculiarità, che hanno reso celebri specie come il takahe e il kakapo, rappresentano oggi un elemento di fragilità. Questi uccelli si sono evoluti in un ambiente quasi privo di mammiferi terrestri autoctoni e non hanno sviluppato strategie di difesa contro molti dei rischi biologici arrivati successivamente, dai predatori introdotti fino alle nuove malattie.
La pressione dell’H5N1 si aggiunge quindi a una situazione già critica, segnata dalla perdita di habitat e dalla presenza di specie invasive come ermellini, ratti e gatti selvatici.
Vaccini per 300 esemplari delle specie più a rischio
Per ridurre il possibile impatto dell’epidemia, le autorità hanno avviato un programma di vaccinazione destinato a circa 300 uccelli nidificanti appartenenti a cinque specie considerate tra le più minacciate del Paese. Tra queste ci sono proprio il takahe e il kakapo, entrambi incapaci di volare.
Il vaccino era stato testato già lo scorso anno e non aveva evidenziato effetti collaterali negativi, ma resta ancora da verificare la sua efficacia in caso di esposizione reale al virus.
Parallelamente, Wellington ha rafforzato i controlli e la collaborazione con il settore avicolo per aumentare le misure di biosicurezza. “Intensificheremo la sorveglianza e i test, ma in linea di massima continueremo a lavorare con il settore come abbiamo fatto finora”, ha spiegato Hoggard.
La biodiversità sotto osservazione
Per gli esperti, il rischio riguarda soprattutto le popolazioni già ridotte a pochi esemplari. Brett Gartrell, professore di salute della fauna selvatica alla Massey University, ha espresso preoccupazione per le conseguenze che una diffusione rapida del virus potrebbe avere sulle specie più rare.
“Siamo incredibilmente preoccupati per la biodiversità della Nuova Zelanda perché i nostri uccelli non hanno mai dovuto affrontare nulla di simile prima d’ora”, ha dichiarato a Reuters. “Se si diffondesse rapidamente in Nuova Zelanda, potremmo trovarci nei guai”.
Il primo caso registrato nel Paese non indica al momento un’emergenza fuori controllo, ma segna l’ingresso dell’H5N1 in uno degli ecosistemi insulari più delicati al mondo. La risposta delle autorità punta ora su prevenzione, monitoraggio e protezione delle specie che, più di altre, rischierebbero di non avere una seconda possibilità.
