24 Luglio 2026
/ 23.07.2026

Il randagismo che paghiamo due volte

Il Rapporto di Legambiente “Animali in Città” mette in fila i conti di un sistema che continua a inseguire l’emergenza invece di prevenirla. E la differenza si misura in euro, oltre che nel destino di migliaia di cani

Oltre due cani su dieci entrati in canile nel 2025, in Italia, non hanno trovato una collocazione nel corso dell’anno. Non sono stati adottati, né restituiti ai proprietari, né reimmessi sul territorio come cani di quartiere. Sono rimasti dietro le sbarre e, più il tempo passa, più diventa difficile trovare loro una famiglia, fino a trasformare una misura temporanea in una permanenza che, nei fatti, può protrarsi per anni, pagata dalla collettività.

È il quadro che emerge dal Rapporto “Animali in Città” di Legambiente, presentato oggi a Roma a pochi giorni dalla Giornata internazionale del cane randagio del 27 luglio. A trentacinque anni dall’approvazione della legge quadro sul randagismo, il rapporto mostra come il sistema continui a rincorrere le emergenze invece di prevenirle. Nel 2025, nei canili dei 221 Comuni monitorati, sono entrati 13.854 cani e ne sono stati adottati 6.696. Il tempo trascorso in canile non è neutrale: il confinamento prolungato può accentuare i problemi comportamentali, riducendo progressivamente le possibilità di adozione.

Formare costa meno che mantenere

Il tema della quindicesima edizione del rapporto è un confronto tanto semplice quanto eloquente. Mantenere un cane in canile costa alla collettività circa 1.900 euro all’anno. Offrire, prima dell’adozione, un corso base di educazione cinofila costa invece tra i 100 e i 250 euro, una sola volta: da quasi otto a diciannove volte meno. Su questa differenza Legambiente fonda la proposta più rilevante del rapporto: istituire un fondo nazionale vincolato per garantire i servizi veterinari essenziali, sul modello dei Livelli essenziali di assistenza sanitaria, finanziando anche un percorso formativo obbligatorio e gratuito per chi adotta un cane. Gratuito, sottolinea l’associazione, perché un corso a pagamento finirebbe per selezionare chi può permetterselo, non chi ne avrebbe maggiore bisogno.

Un Paese che investe meno mentre il mercato cresce

Nel 2025 la spesa pubblica destinata agli animali d’affezione è scesa a 193,6 milioni di euro, il 22% in meno rispetto all’anno precedente. Una cifra che rappresenta appena il 3,65% di un mercato privato che vale quasi 5,3 miliardi di euro e continua a crescere a un ritmo di circa il 7% annuo. A diminuire maggiormente è la quota veterinaria, scesa a soli 0,6 euro per abitante. Non è un dettaglio: i territori dove il randagismo pesa di più coincidono quasi sempre con quelli dei Comuni in dissesto finanziario censiti dalla Corte dei conti, oltre mille alla fine del 2024. Per rendere concreta la distanza tra norme e risorse, il rapporto richiama il caso di Vittorio Veneto, in provincia di Treviso. Lo scorso maggio un cane introdotto illegalmente dal Marocco, senza il previsto periodo di quarantena, è risultato positivo alla rabbia ed è stato soppresso, costringendo il Comune ad avviare una campagna vaccinale d’emergenza che ha coinvolto oltre 5.300 animali.

Le proposte: meno tasse, più prevenzione

Oltre al fondo nazionale, Legambiente propone di ridurre l’IVA sulle prestazioni veterinarie dal 22% al 10%, oggi paradossalmente più alta di quella sui farmaci veterinari, e di ridefinire il riparto delle competenze tra Regioni e Comuni nella gestione dei cani vaganti, affidando alle Aziende sanitarie la fase iniziale, quella della quarantena. Nella stessa direzione si muove anche il nuovo Regolamento europeo sul benessere e sulla tracciabilità di cani e gatti, approvato lo scorso maggio e destinato a entrare in vigore nel 2028. Il provvedimento riguarda allevatori e commercianti, ma non interviene sulle famiglie che già possiedono un animale. La prevenzione, dunque, continua a dipendere soprattutto dalle politiche locali.

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