Per decenni l’empatia è stata considerata una prerogativa umana, o al massimo dei primati più prossimi a noi. Gli ultimi quindici anni di ricerca neuroscientifica hanno smontato pezzo per pezzo questa convinzione, portando prove sperimentali che coinvolgono roditori, elefanti, cetacei e persino pesci.
Il dolore che si trasmette tra topi
Nel gennaio 2021 un gruppo di ricerca della Stanford University guidato da Monique Smith, insieme a Naoyuki Asada e Robert Malenka, ha pubblicato su Science uno studio che ha cambiato la prospettiva sulla neurobiologia dell’empatia animale. I ricercatori hanno osservato che una breve interazione sociale tra due topi, uno dei quali stava sperimentando dolore infiammatorio o gli effetti analgesici della morfina, provocava il trasferimento di quello stato, dolore o sollievo, al compagno. Gli scienziati hanno dimostrato che la corteccia cingolata anteriore e le sue proiezioni verso il nucleo accumbens sono responsabili di questo trasferimento sociale, mentre un altro circuito, quello verso l’amigdala basolaterale, gestisce la trasmissione della paura.
Malenka ha sintetizzato il senso della scoperta in una frase diventata celebre tra gli addetti ai lavori: “Hai effettivamente alleviato il dolore in questo animale semplicemente lasciandolo stare con un altro animale il cui dolore era stato alleviato”.
Il ratto, il compagno intrappolato e il cioccolato
Dieci anni prima, un altro studio aveva già scosso il mondo della psicologia comparata. Inbal Ben-Ami Bartal, Jean Decety e Peggy Mason, dell’Università di Chicago, misero un ratto libero in un’arena insieme a un compagno di gabbia intrappolato in un tubo trasparente apribile solo dall’esterno. Nel giro di alcuni giorni il ratto libero imparava a forzare il meccanismo per liberare il compagno.
La parte più citata dell’esperimento è quella in cui i ricercatori misero il ratto di fronte a una scelta: aprire il contenitore con il compagno intrappolato o quello pieno di scaglie di cioccolato, di cui i ratti sono ghiotti. Il risultato, riportato testualmente nello studio: “quando la liberazione di un compagno di gabbia veniva messa in competizione con del cioccolato contenuto in un secondo contenitore, i ratti aprivano entrambi i contenitori e in genere condividevano il cioccolato”. Alcuni animali, secondo i resoconti dei ricercatori, prendevano le scaglie di cioccolato con la bocca e le depositavano vicino al compagno appena liberato.
Riconciliazioni tra scimpanzé e conforto tra elefanti
Il capostipite di questo filone di ricerca resta Frans de Waal, che nel 1979 documentò per la prima volta, insieme ad Angeline van Roosmalen, il comportamento di riconciliazione tra scimpanzé dello zoo di Arnhem: dopo un conflitto, gli ex avversari tendevano a cercarsi reciprocamente più che con terzi, attraverso baci, abbracci e vocalizzazioni di sottomissione. Decenni dopo, un secondo filone di studi ha dimostrato che questi gesti non sono solo rituali sociali: riducono misurabilmente i comportamenti da stress, come il grattarsi compulsivo, nell’animale che li riceve.
Un percorso simile ha portato de Waal, insieme a Joshua Plotnik, a studiare gli elefanti asiatici in un campo in Thailandia. Nello studio pubblicato su PeerJ nel 2014, gli elefanti si mostravano significativamente più propensi a stabilire contatto fisico diretto e comunicazione vocale con un compagno dopo un episodio di stress rispetto ai periodi di controllo. Anche gli animali che assistevano alla scena, senza essere coinvolti direttamente, tendevano ad affiliarsi tra loro riproducendo lo stato emotivo del primo individuo in difficoltà, un fenomeno che i ricercatori definiscono contagio emotivo.
Anche i pesci sentono la paura altrui
La scoperta più sorprendente, in ordine di tempo, riguarda i pesci. Uno studio pubblicato su Science nel 2023 ha dimostrato che i danio zebrato mostrano una forma di contagio della paura quando osservano un compagno in difficoltà, e che l’ossitocina, lo stesso ormone coinvolto nei legami sociali ed empatici dei mammiferi, è necessaria e sufficiente per questa risposta. Le aree cerebrali coinvolte, secondo lo studio, sono omologhe a quelle attive nei roditori durante processi simili.
Messe insieme, queste ricerche raccontano qualcosa di più ampio di singoli episodi curiosi: le basi neurobiologiche dell’empatia non sono un’invenzione recente dell’evoluzione dei primati, ma un tratto profondamente radicato, conservato attraverso specie molto distanti tra loro nell’albero della vita.
