Un mare alla temperatura di una piscina riscaldata. È l’immagine che restituisce il valore registrato ai primi di agosto al largo di Maiorca, dove la boa dell’isolotto di Sa Dragonera ha toccato una temperatura superficiale di 33,02 gradi. Un primato assoluto per quella stazione di monitoraggio, che però non arriva isolato: secondo l’agenzia meteorologica spagnola Aemet le acque del Mediterraneo occidentale viaggiano oltre 4 gradi sopra la media del periodo, mentre nel Mar Cantabrico lo scarto sfiora i 3 gradi. I satelliti del programma europeo Copernicus confermano il quadro e collocano l’intero specchio d’acqua attorno alle Baleari circa 2 gradi al di sopra della norma climatica.
Non è un fulmine a ciel sereno. Già a luglio il mare intorno all’arcipelago aveva fatto segnare una temperatura media di 28 gradi, quasi 3 sopra la norma: il luglio più caldo da quando esistono le rilevazioni, accompagnato a terra da punte di 41,1 gradi a Pollença e da una lunga sequenza di notti senza respiro
Le ondate di calore marine
Il fenomeno non si ferma alle coste spagnole. Gli scienziati parlano ormai di ondate di calore marine, l’equivalente sottomarino delle canicole che conosciamo in città, e coinvolgono gran parte del bacino: dall’Adriatico, oltre i 30 gradi, fino ai mari italiani, stabilmente sopra la media. La stessa boa di Sa Dragonera aveva fissato il precedente primato il 12 agosto del 2024, fermandosi però a 31,8 gradi: in poco più di un anno il record è stato ritoccato di oltre un grado.
Il punto è che un mare così caldo non è soltanto un fastidio per chi cerca refrigerio. È un gigantesco deposito di energia, e quell’energia prima o poi deve scaricarsi da qualche parte. “Le ripetute ondate di caldo non si ripercuotono solo sulle temperature dell’aria, ma anche del mare”, spiega a LifeGate il meteorologo e divulgatore Luca Lombroso. “In Adriatico sono stati superati i 30 gradi e al largo delle Baleari i 33: è una notizia che deve inquietarci soprattutto in vista dell’autunno, la stagione in cui pagheremo il conto”.
Gli uragani mediterranei
Quel conto ha un nome preciso: Medicane, gli uragani mediterranei. Con acque a simili temperature – osserva Lombroso – “siamo sopra la soglia oltre la quale si formano gli uragani“. Il bacino non ha la geografia dei tropici, ma l’energia immagazzinata può trasformare perturbazioni ordinarie in fenomeni capaci di rovesciare enormi quantità di pioggia in poche ore. A peggiorare il quadro c’è l’umidità: un mare bollente cede vapore all’aria e le impedisce di raffreddarsi la notte, moltiplicando afa e notti tropicali. Sulla costa romagnola l’Arpae ha misurato minime vicine ai 25 gradi con un’umidità del 95%; ad Alicante, nel solo mese di luglio, si contano venti notti sopra i 25 gradi.
Il record delle Baleari, del resto, è soltanto l’ultimo di una serie che si allunga di anno in anno. Nell’agosto del 2024 l’acqua al largo di Nizza aveva sfiorato i 30 gradi; poche settimane più tardi, davanti a El-Arish, in Egitto, si toccarono i 31,96. Ma il termometro che più preoccupa gli scienziati non è quello di un singolo tratto di costa, bensì quello dell’intero pianeta.
E anche su scala globale è appena caduto un primato. La temperatura media giornaliera della superficie degli oceani ha raggiunto il valore più alto mai registrato: 21,1 gradi il 22 agosto, appena sopra il precedente massimo di 21,09 gradi risalente al marzo del 2024. A confermarlo è il Copernicus Climate Change Service (C3S), che attinge alla banca dati Era5, avviata nel 1979. Un dettaglio rende il dato ancora più significativo: di norma le acque oceaniche sono più calde tra marzo e aprile, al termine dell’estate australe, mentre stavolta il record è arrivato in piena estate boreale, superando anche il precedente picco di agosto, i 20,98 gradi del 2023.
Le conseguenze
Le conseguenze di un oceano più caldo, avverte il C3S, vanno ben oltre il disagio di un bagno a temperatura da brodo. La dilatazione termica dell’acqua contribuisce all’innalzamento del livello del mare, moltiplicando i pericoli per le comunità costiere e per gli Stati insulari a bassa quota. Le ondate di calore marine, più frequenti e intense, mettono in ginocchio ecosistemi decisivi come le barriere coralline e le praterie di fanerogame, con ricadute sulle reti alimentari del mare e su settori come pesca e acquacoltura. C’è poi un effetto meno visibile ma insidioso: un mare troppo caldo assorbe meno anidride carbonica, indebolendo una delle difese naturali più importanti del pianeta contro la crisi climatica.
Dietro tutti questi numeri c’è un ecosistema che soffre e, insieme, una responsabilità precisa. È il prezzo, ricorda Lombroso, “dell’inazione sul clima di tutti questi anni”. Un conto che, con ogni probabilità, torneremo a leggere nei bollettini meteo del prossimo autunno.
