26 Agosto 2026
/ 26.08.2026

Perché le otarie di Deen Maar stanno morendo

In vent’anni la più grande colonia australiana è crollata del 65%: dietro l’alopecia che sta decimando i cuccioli c’è l’ipotesi di un mare contaminato

Vent’anni fa, ogni estate, sull’isola di Deen Maar nascevano almeno duemila cuccioli di otaria orsina australiana. A febbraio 2026 il censimento ne ha contati 700. Il crollo è il sintomo più misurabile di qualcosa che gli scienziati faticano ancora a nominare con precisione.

Una colonia che si svuota

Deen Maar, conosciuta anche come Lady Julia Percy Island, è una piccola isola vulcanica a otto chilometri dalla costa sud-occidentale del Victoria, vicino a Port Fairy. Vi si può accedere solo con permesso, ma questo isolamento non l’ha protetta. Secondo i dati raccolti dai custodi tradizionali di Eastern Maar Aboriginal Corporation, la popolazione di cuccioli è diminuita di oltre il 40% rispetto al 2017 e di oltre il 65% rispetto al 2007. David Williams, coordinatore Sea Country di Eastern Maar, ha raccontato ad ABC News di aver iniziato a preoccuparsi osservando “ampie chiazze di pelo mancante” sugli animali.

Il pelo che non protegge più

La pelliccia dell’otaria australiana è un sistema termico a doppio strato, con un pelo esterno impermeabile che intrappola aria e protegge il sottopelo dall’acqua. Quando questa speciale barriera si rompe, l’animale perde calore rapidamente e deve investire più energia per sopravvivere. Williams ha descritto l’effetto a catena così: “Quando non riescono a procurarsi abbastanza cibo, ne risente tutto, è un effetto domino”.

Cosa dicono gli studi

Le ricerche pubblicate finora non chiudono il cerchio, ma restringono il campo. Uno studio sul Journal of Mammalogy ha rilevato negli esemplari con alopecia concentrazioni più elevate di metalli pesanti e inquinanti organici persistenti rispetto agli animali sani, un dato compatibile con l’ipotesi che questi individui si alimentino in aree più contaminate. Un secondo lavoro, pubblicato su Science of the Total Environment, ha usato la pelliccia stessa come biomarcatore, confrontando le concentrazioni di PCB – i policlorobifenili, sostanze chimiche industriali oggi bandite ma ancora persistenti nell’ambiente marino, dove si accumulano nei tessuti grassi degli animali  – tra esemplari con e senza la sindrome: le differenze, per alcuni congeneri, sono risultate statisticamente significative.

Un problema che ha una geografia precisa

Il dato più interessante, dal punto di vista scientifico, è che l’alopecia non è diffusa ovunque. Rebecca McIntosh, ricercatrice del Phillip Island Nature Parks, ha spiegato ad ABC News che il fenomeno resta concentrato quasi esclusivamente a Deen Maar e nella vicina Cape Bridgewater: “A Seal Rocks, dove vivono ottomila animali, se ne vede uno con alopecia forse una volta all’anno”. Una distribuzione così localizzata suggerisce una causa ambientale specifica di quel tratto di costa, non un fattore genetico o una malattia diffusa nella specie.

Un’indagine pubblicata su PLOS One, firmata dalla stessa McIntosh insieme ad altri ricercatori, conferma la peculiarità di Deen Maar confrontandola con le altre colonie del Victoria. Mentre nella zona occidentale la produzione di cuccioli si è dimezzata proprio dove è presente la sindrome da alopecia, nella zona centrale dello stretto di Bass la colonia di Seal Rocks ha perso un terzo dei suoi effettivi, ma quella adiacente di Kanowna Island resta stabile o addirittura in crescita. Due colonie vicine, esposte alle stesse correnti e alle stesse variazioni climatiche, con traiettorie opposte: un indizio in più che a pesare non sia un fattore generale della specie, ma qualcosa che si concentra in punti precisi della costa.

La pista industriale, ancora da dimostrare

Tra i pinguini dell’isola sono state trovate concentrazioni elevate di alluminio e titanio nelle piume, un elemento che McIntosh collega alla vicinanza delle aree industriali di Portland, a circa 25 chilometri. Mandy Watson, responsabile Sea Country di Eastern Maar, ha sottolineato però che manca ancora l’anello mancante: “Dobbiamo scoprire, se possiamo, quale sia esattamente la fonte di questo inquinamento”.

La prossima fase

Il nuovo programma di ricerca, condotto insieme alle comunità Eastern Maar e Gunditj Mirring, punterà a tracciare gli spostamenti degli animali e ricostruirne la dieta, per capire in quali tratti di mare le otarie entrano in contatto con i contaminanti. Nel frattempo pesa un’altra variabile: l’aviaria H5N1, rilevata di recente a Portland, potrebbe trovare in una popolazione già indebolita dall’alopecia un bersaglio più vulnerabile del previsto.

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