“È una questione di sopravvivenza”, ha detto il governatore del Nevada, Joe Lombardo, per descrivere la posta in gioco. Lo Stato americano ha aperto un contenzioso contro l’amministrazione Trump per fermare un piano federale che, secondo Las Vegas, taglierebbe in modo drastico il suo accesso alle acque del fiume Colorado. È la prima causa di questo tipo e potrebbe essere solo l’inizio di una lunga stagione di battaglie giudiziarie tra i sette Stati che si spartiscono il grande fiume del sud‐ovest.
Nato dalle nevi delle Montagne Rocciose, il Colorado è l’arteria vitale di una regione perlopiù arida. Disseta circa 40 milioni di persone, alimenta l’agricoltura e sostiene metropoli cresciute nel deserto, da Phoenix a Las Vegas. Ma decenni di sfruttamento e anni di siccità ne hanno prosciugato le riserve. Il problema affonda le radici in un errore di calcolo storico: il patto del 1922 che ripartì le acque presumeva una portata di circa 17,5 milioni di acre‐feet l’anno, mentre la media reale si è poi rivelata di appena 14,7 milioni. Il fiume, in sostanza, è sempre stato gestito come se contenesse più acqua di quanta ne scorra davvero.
Un’asimmetria che fa infuriare Carson City
La scintilla è scoccata la scorsa settimana, quando il dipartimento degli Interni ha varato le nuove regole di gestione. Il piano impone agli Stati del cosiddetto “bacino inferiore” ‐ Arizona, California e Nevada ‐ di ridurre i prelievi di circa il 20% nei prossimi due anni, con sforbiciate ancora più pesanti in prospettiva, fino al 2036. Gli Stati del “bacino superiore” ‐ Colorado, Nuovo Messico, Utah e Wyoming ‐ restano invece non toccati dal provvedimento.
È proprio questa asimmetria a far infuriare Carson City. Secondo la denuncia, depositata alla corte distrettuale insieme alla commissione per il fiume Colorado e all’autorità idrica del Nevada meridionale, il provvedimento potrebbe togliere fino al 71% della quota spettante allo Stato. Un colpo potenzialmente fatale per Las Vegas, che dal Colorado ricava il 90% della propria acqua potabile. “Non è una presa di posizione politica”, ha ribadito il governatore. “È una questione di sopravvivenza per una comunità che rappresenta due terzi della popolazione dello Stato e la fetta più grande della sua economia”.
Poco tempo per trovare l’intesa
Il paradosso, fanno notare gli ambientalisti, è che il Nevada consuma pochissimo ‐ appena l’1,8% dell’intero fiume ‐ e vanta i programmi di risparmio idrico più aggressivi del bacino. Gli Stati a monte ribattono che la siccità ha già ridotto le loro forniture e che i tagli, di conseguenza, spettano a chi preleva di più.
Dietro il braccio di ferro giudiziario si intravede una questione più vasta, destinata a ripresentarsi ovunque su un pianeta che si scalda: come dividere una risorsa che si assottiglia tra chi ne ha sempre più bisogno. Il Nevada ha chiesto ai giudici di cancellare il piano e di riportare tutti al tavolo delle trattative. Arizona e California, per ora alla finestra, potrebbero presto affiancarsi alla causa. Il negoziato tra i sette Stati resta in stallo, mentre il livello del lago Mead continua a scendere e con esso il margine di tempo per trovare un’intesa.
