In Nepal la fase più difficile dell’emergenza potrebbe essere appena cominciata. A due giorni dall’alluvione lampo che ha devastato le valli himalayane al confine con la Cina, il lago che si formato dopo la gigantesca frana ha iniziato a tracimare, costringendo a interrompere temporaneamente le operazioni di soccorso e spingendo la popolazione delle aree più esposte verso quote più alte.
È un secondo fronte di rischio che si apre mentre il primo disastro è ancora in corso. Il bilancio continua a salire: secondo gli ultimi dati riportati dalle autorità nepalesi, i morti nel Paese sono 547; sul versante tibetano ne sono stati confermati cinque. I dispersi sono complessivamente oltre 1.500. La Croce Rossa stima inoltre che più di 90.000 persone siano state colpite dalla catastrofe.
Un lago nato in poche ore
La sequenza è quella tipica dei disastri a cascata che possono svilupparsi in ambiente montano. Il collasso di una massa di ghiaccio e roccia ha riversato nei corsi d’acqua enormi quantità di detriti, fango e materiale solido. L’ostruzione di un tratto del sistema fluviale ha favorito la formazione di un bacino temporaneo.
Venerdì il volume dell’acqua accumulata era stimato in oltre 2,5 milioni di metri cubi, in aumento rispetto alla stima del giorno precedente. Quando il lago ha iniziato a tracimare verso il Bhotekoshi, le autorità nepalesi hanno ordinato l’allontanamento dei soccorritori e dei residenti dalle zone più esposte. Le operazioni sono rimaste sospese per circa 90 minuti.
Narendra Pariyar, alto funzionario del distretto di Rasuwa, ha confermato che il lago aveva superato gli argini: “Non sappiamo però quanto sia esteso il lago né a che livello sia arrivata l’acqua. Possiamo solo constatare che il livello del fiume sta salendo”, ha detto a Reuters.
La situazione è quindi estremamente dinamica. Da una parte c’è l’acqua che defluisce, dall’altra un bacino che può continuare a ricevere materiale e precipitazioni. Sul versante cinese, le autorità hanno parlato di un rischio destinato a diminuire gradualmente, riferendo che il deflusso naturale sarebbe superiore all’afflusso. Il livello del lago, secondo i media statali cinesi, sarebbe sceso di circa dieci metri rispetto al massimo raggiunto il 27 agosto.
Soccorrere diventa più difficile
Il problema è operativo. Ogni ora persa nelle ricerche può essere decisiva per chi è ancora vivo, ma mandare uomini e mezzi in un’area nella quale il livello dei fiumi può cambiare rapidamente significa esporre anche i soccorritori.
Il disastro ha già cancellato decine di ponti e danneggiato circa 40 chilometri di strade, isolando intere comunità. Gli elicotteri dell’esercito sono diventati essenziali per raggiungere le zone rimaste senza collegamenti terrestri. Venerdì erano impegnati anche nel tentativo di evacuare persone rimaste intrappolate in una galleria del progetto idroelettrico Trishuli 3A.
La dimensione internazionale della tragedia complica ulteriormente il quadro. Tra i dispersi ci sono centinaia di stranieri: turisti, escursionisti e pellegrini diretti verso il Tibet. Il Guardian cita 177 cittadini indiani, 90 statunitensi, 34 australiani, 33 britannici e 25 canadesi tra le persone non ancora rintracciate sul lato nepalese. In Tibet risultano inoltre dispersi 558 individui, almeno 260 dei quali stranieri.
Il nodo della prevenzione
La cronaca di queste ore mostra quanto rapidamente un evento estremo possa trasformarsi in una sequenza di pericoli collegati: il collasso glaciale, l’onda di piena, la frana, l’ostruzione dei fiumi, la formazione di un lago e infine il rischio di una nuova esondazione.
Per questo l’attenzione si sta spostando anche sul monitoraggio dei laghi glaciali e dei bacini temporanei creati dalle frane. Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto un controllo rafforzato dei rischi legati a ghiacciai, frane e laghi di sbarramento, mentre Pechino ha coordinato le operazioni di soccorso nell’area tibetana.
Il tema ambientale, in questo caso, coincide con una questione di protezione civile: osservazioni continue dei ghiacciai, dei versanti instabili e dei corsi d’acqua ostruiti dai detriti. È la capacità di leggere questi segnali prima che si trasformino in una nuova onda di piena a determinare quanto spazio rimane per evacuare persone e organizzare i soccorsi.
Nel frattempo il Nepal ha scelto di gestire autonomamente le operazioni di ricerca e salvataggio, respingendo per ora le offerte di squadre straniere. Il governo sostiene che le proprie strutture sono sufficienti. La Corea del Sud ha una squadra di emergenza già a Kathmandu, ma non è stata ancora autorizzata a intervenire.
La priorità resta trovare i dispersi. Ma il nuovo lago ha aggiunto una variabile che fino a poche ore fa non esisteva: mentre si cercano i sopravvissuti dell’alluvione, bisogna anche evitare che la montagna produca una seconda emergenza.
