Nel giro di pochi mesi il prezzo delle acciughe è andato alle stelle. Il riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico, innescato da El Niño, ha fatto crollare gli stock di Engraulis ringens, la specie sudamericana alla base della farina di pesce,con riflessi diretti sulla principale fonte di nutrimento degli allevamenti ittici mondiali. Rispetto al 2025 la produzione globale di farina di acciuga è caduta del 40%, mentre il prezzo è salito dell’80%.
Il fermo pesca e l’effetto domino
A metà maggio il Perù, primo produttore mondiale, ha imposto uno stop di quindici giorni alla pesca dell’acciuga, poi prorogato a tempo indeterminato. Una decisione pesante, se si considera che l’acciuga è la specie più pescata al mondo. Il blocco ha innescato un crollo della farina di pesce, mentre la domanda è rimasta alta. Il risultato è che il costo della farina è quasi raddoppiato, arrivando a 2.990 dollari a tonnellata a fine giugno. A pagarne le conseguenze è l’acquacoltura, che dovrà ridurre la produzione oppure scaricare i rincari sul prezzo finale di pesce e frutti di mare.
Perché è una storia di clima
L’acciuga peruviana ha un ciclo di vita breve e la sua popolazione oscilla bruscamente al variare delle condizioni ambientali. El Niño, il fenomeno che periodicamente riscalda le acque del Pacifico davanti al Perù, indebolisce la risalita delle acque fredde e profonde ricche di nutrienti: meno plancton significa meno acciughe. È un ciclo naturale che si ripresenta ogni 4-6 anni, ma quello del 2026 è tra i più intensi dell’era moderna.
E qui entra in gioco la crisi climatica: le oscillazioni di El Niño si sovrappongono ormai a un oceano già più caldo per effetto del riscaldamento globale, e gli scienziati avvertono che un pianeta sempre più bollente rischia di rendere questi episodi più frequenti ed estremi. La conseguenza è un sistema alimentare mondiale sempre più esposto a shock che nascono in mare. Poiché di solito El Niño tocca il picco verso la fine dell’anno, la pesca – e la farina che ne deriva – sono destinate a calare ancora.
Dal Perù al carrello della spesa
Un tempo una carestia di acciughe avrebbe riguardato soprattutto i Paesi ricchi. Non più. Tra il 1997 e il 1998, ultima grande crisi del settore, l’acquacoltura copriva meno di un quarto del pesce consumato nel mondo; oggi ne fornisce più della metà, e questi allevamenti richiedono enormi quantità di farina di pesce. Nel frattempo i consumi sono cresciuti: secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il consumo pro capite è passato dai 14,3 chili all’anno degli anni Novanta ai 21,3 del 2024.
La vicenda delle acciughe è la prova plastica di quanto il mondo di oggi sia interconnesso: un evento climatico al largo di Lima fa schizzare il prezzo del pesce sui banchi europei, Italia compresa, dove salmone e branzino d’allevamento sono ormai prodotti di consumo quotidiano. E c’è già chi teme che, sul carrello della spesa, El Niño finisca per pesare più di una guerra. Un promemoria di come la crisi climatica non riguardi soltanto ghiacciai e temperature record, ma anche ciò che finisce ogni giorno nel piatto.
