14 Settembre 2026
/ 14.09.2026

Ripristino della natura, l’Italia salta la scadenza

Alla chiusura del termine europeo, il 1° settembre, il piano nazionale non è stato depositato. Roma è in buona compagnia: diciannove Paesi su ventisette sono ancora al lavoro. Il costo del ritardo rischia di essere molto alto

C’è una legge europea che per la prima volta fissa obiettivi vincolanti per rimettere in salute fiumi, torbiere, praterie marine e campi impoveriti. E c’è un calendario che, al primo appuntamento, quasi nessuno ha rispettato. Il 1° settembre scadeva il termine entro cui i Ventisette dovevano consegnare alla Commissione la bozza del proprio piano nazionale di ripristino della natura, previsto dal regolamento UE 2024/1991. Alla scadenza avevano provveduto in quattro: Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Irlanda. Nei giorni immediatamente successivi si sono aggiunti Austria, Bulgaria, Lussemburgo e Svezia. Tutti gli altri, Italia inclusa, sono ancora indietro.

Per ora niente sanzioni

Il ritardo, va detto subito, non fa scattare sanzioni. Bruxelles ha scelto la linea morbida, e c’è una ragione tecnica: quella di settembre era la consegna della bozza, non del documento definitivo. Nei prossimi mesi la Commissione, con il supporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, esaminerà i testi ricevuti e restituirà a ciascun governo le proprie osservazioni; i piani finali sono attesi entro un anno. È in quella seconda fase che si misurerà la serietà degli impegni, e lì un rinvio comincerà a pesare davvero.

Per l’Italia lo slittamento è legato soprattutto alla consultazione pubblica aperta dal ministero dell’Ambiente insieme a quello dell’Agricoltura, con il supporto tecnico dell’ISPRA. È un passaggio che allunga i tempi ma incide sulla qualità del risultato: il piano deve indicare, carta alla mano, dove intervenire, con quali misure, in quali tempi e con quali risorse, e come tenere insieme gli obiettivi ambientali con gli interessi di agricoltori, pescatori e gestori forestali.

Gli obiettivi di ripristino

La posta non è secondaria. Il regolamento chiede di avviare il ripristino su almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Unione entro il 2030, per estenderlo a tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050. Per un Paese mediterraneo come l’Italia, più esposto di altri a siccità, incendi ed erosione delle coste, significa decidere adesso come proteggere le zone umide che trattengono l’acqua, i suoli agricoli che perdono fertilità e gli impollinatori da cui dipende una quota consistente dei raccolti.

Il grosso del lavoro, insomma, deve ancora cominciare. E se la scadenza mancata non costa nulla oggi, il margine bruciato all’avvio rischia di presentare il conto tra un anno, quando i piani dovranno passare dalla carta ai cantieri.

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