Quanto una città investe in drenaggi, allerte precoci e infrastrutture resistenti determina se il prossimo evento estremo sarà una tragedia o un disagio gestibile. È la tesi al centro di un nuovo report della società di geospatial intelligence AlphaGeo, ripreso dal New York Times, che incrocia 72 grandi città del mondo su due parametri: l’esposizione fisica a alluvioni, calore, siccità, incendi e uragani, e la capacità di adattamento messa in campo da amministrazioni e infrastrutture.
Il risultato è un indice, chiamato Resilience-Adjusted Risk, che il fondatore di AlphaGeo Parag Khanna ha sintetizza al quotidiano newyorkese così: “la resilienza è uguale al rischio meno l’adattamento”. Una formula che smonta un’idea diffusa: la geografia non è un destino ineluttabile. Città con rischio fisico quasi identico possono trovarsi a distanza siderale nel rischio residuo, a seconda di quanto hanno investito in drenaggi, reti elettriche e pianificazione urbana.
Chicago prima, il Sud asiatico ultimo
In cima alla classifica c’è Chicago, favorita da un clima temperato e da decenni di investimenti infrastrutturali, incluso il faraonico Deep Tunnel Project contro le esondazioni. La seguono sorprese positive come Addis Abeba, Nairobi, Barcellona, Parigi, Buenos Aires. All’estremo opposto si concentra un blocco quasi interamente sudasiatico: Ahmedabad, Hyderabad in Pakistan, Multan, Dhaka, Calcutta, Lahore. Dhaka registra il punteggio di esposizione fisica più alto dell’intero campione, legato alle ondate di calore e alle piogge monsoniche sempre più estreme.
Le alluvioni e le frane che nei giorni scorsi hanno colpito Nepal e Tibet, con centinaia di vittime, sono per Khanna l’esempio di cosa accade quando l’acqua trova la via più breve verso valle, dove però sorgono da secoli gli insediamenti umani, ridotti a un ostacolo trascurabile davanti alla forza della natura.
Il modello cinese e la lezione asiatica
Un dato che il report sottolinea è la capacità delle megalopoli cinesi di trasformare un’esposizione fisica alta in un rischio residuo molto più basso: Pechino, Tianjin, Shenzhen e Shanghai convertono oltre il 46% del proprio rischio grazie a investimenti sistemici in infrastrutture idriche e urbanistica. Un percorso diverso da quello di Tokyo e Osaka, che restano ad alto rischio nonostante l’adattamento, schiacciate dal caldo estremo. È la prova che l’efficienza dell’adattamento, più della ricchezza in sé, fa la differenza tra chi assorbe l’urto e chi continua a subirlo.
E l’Europa, e l’Italia?
Il quadro europeo appare più solido, ma non per merito univoco: Parigi, Barcellona e Londra beneficiano di un clima temperato oltre che di piani di adattamento strutturati, mentre Madrid recupera terreno grazie al suo piano nazionale nonostante un’esposizione fisica, agli eventi meteo estremi, più alta. L’Italia non compare tra le città analizzate da AlphaGeo, ma i dati nazionali raccontano una vulnerabilità crescente: secondo il rapporto “Troppa o troppo poca”, presentato da Italy for Climate alla Venice Climate Week 2026, alluvioni e grandinate nel nostro Paese sono quasi triplicate in sei anni, da 660 eventi nel 2019 a 1.670 nel 2025, con 2,9 milioni di famiglie oggi esposte al rischio. A Venezia il livello del mare è già salito di 41 centimetri rispetto a fine Ottocento, con oltre 200 eventi di alta marea nel solo 2024, mentre il Mediterraneo ha superato stabilmente i 20 gradi di temperatura media, favorendo l’arrivo di specie aliene e mettendo sotto pressione l’intero ecosistema costiero.
L’ultimo rapporto Istat conferma che i capoluoghi di regione italiani, costruiti su piante urbane antiche pensate per un clima diverso, faticano a tenere il passo di piogge sempre più intense e temperature record. È lo stesso paradosso fotografato da AlphaGeo su scala globale: senza investimenti mirati in drenaggio urbano, reti elettriche resistenti al caldo e piani di allerta capillari, anche un Paese ricco resta esposto. La resilienza, insomma, si costruisce prima che arrivi la prossima ondata (anche di calore).
