A quasi 5 mila metri sotto la superficie dell’Atlantico nord-orientale riposa una delle eredità più ingombranti dell’era atomica: oltre 200 mila fusti di scorie radioattive, calati sul fondale tra il 1950 e il 1990. Nel dopoguerra affidare al mare i rifiuti nucleari sembrava a molti una soluzione ragionevole, almeno per i materiali a bassa e media attività, e in pochi immaginavano di dover un giorno tornare a controllarli. Quel giorno, però, è arrivato: una spedizione scientifica è scesa fin laggiù per vedere cosa resta di quei barili e cosa stanno disperdendo.
Quando l’oceano era una discarica
Abbandonare fusti radioattivi nel mare è più di un rischio: è un danno certo. Molti radionuclidi restano attivi per migliaia di anni, e in certi casi il loro tempo di dimezzamento – quello necessario perché la radioattività si riduca della metà – arriva a centinaia di migliaia di anni. Difficile immaginare un contenitore di metallo, bitume o cemento che possa resistere sul fondo dell’oceano per un tempo analogo.
E anche altre scorie rappresentano una minaccia consistente per l’ecosistema mare. Dentro quei fusti erano stati stipati fanghi di depurazione, rivestimenti metallici, componenti di impianti contaminati e resine a scambio ionico. Con l’accumularsi dei dubbi sulla tenuta dei contenitori, le proteste contro la pratica della sepoltura negli oceani sono cresciute, fino ad arrivare al divieto internazionale di smaltire i rifiuti radioattivi in mare in vigore dal 1994. I barili già sepolti, però, sono rimasti dov’erano, soprattutto nelle Pianure Abissali dell’Atlantico nord-orientale.
La discesa oltre i 4.700 metri
A decidere di andare a vedere cosa sta succedendo è stato il progetto NODSSUM, coordinato dal centro di ricerca francese CNRS insieme all’istituto oceanografico Ifremer, all’autorità nazionale per la sicurezza nucleare e a una rete di partner internazionali. Dopo una prima campagna di mappatura nell’estate del 2025, tra il 27 maggio e il 28 giugno 2026 una trentina di ricercatori si è imbarcata sulla nave Pourquoi Pas? Da lì il sommergibile con equipaggio Nautile ha effettuato 20 immersioni oltre i 4.700 metri di profondità, osservando i fusti da vicino per la prima volta.
Fusti corrosi e radionuclidi oltre le attese
Il quadro restituito dalle immersioni è quello di un degrado ormai avanzato: numerosi barili risultano gravemente corrosi e alcuni hanno già lasciato uscire il proprio contenuto sui sedimenti vicini. Le misurazioni compiute sul posto hanno individuato radionuclidi tipici di questi rifiuti, con livelli di attività più alti di quelli previsti per la zona, pur restando su valori abbastanza contenuti da consentire di maneggiare i campioni senza precauzioni particolari. Oltre ai fusti, gli scienziati hanno prelevato acqua, sedimenti e organismi viventi, e hanno mappato la fauna che nel frattempo ha colonizzato i barili e i fondali intorno.
Lo scopo è ricostruire come la radioattività si disperda e risalga lungo la catena degli ecosistemi abissali. Le analisi di laboratorio, attese nei prossimi mesi, quantificheranno con precisione cosa e quanto questi contenitori stiano ancora rilasciando dopo mezzo secolo trascorso sul fondo. È la prima volta che quell’eredità sommersa viene osservata così da vicino, e i dati raccolti serviranno a decidere se e come sorvegliare un problema che il mare, da solo, non ha affatto smaltito.
