Ostia ha il mare ma non riesce a vederlo. È separato da uno strato accumulato nei decenni: viali asfaltati che fungono da tangenziale, parcheggi dismessi,giardinetti sfibrati che non sono mai stati davvero giardini. La distanza tra il lungomare e chi ci abita non è solo fisica, è anche psicologica, come succede quando un luogo esiste sulla carta ma non nella vita quotidiana della gente.
Il Parco del Mare, il progetto da 54 milioni finanziato da Regione Lazio e Comune di Roma e affidato ad Anas, parte da questa constatazione. E prova a rovesciarla. I cantieri sono arrivati a Ostia il 18 giugno scorso: prima una recinzione tra via dei Quinqueremi e il canale dei Pescatori, poi una squadra sull’altra sponda, un gabbiotto demolito, il terreno liberato. Piccoli gesti che misurano l’inizio di qualcosa di grande.
Togliere prima di aggiungere
La logica del progetto è controcorrente rispetto all’urbanistica degli ultimi cinquant’anni, che ha sempre preferito costruire piuttosto che demolire. Qui si fa il contrario: il 55% delle superfici asfaltate comprese tra la via Cristoforo Colombo e le abitazioni – ex parcheggi, spazi degradati, strade sovradimensionate – verrà restituito alla terra. Centocinquantamila metri quadrati di cemento da togliere. Un numero che fa una certa impressione, perché equivale a circa venti campi da calcio.
In alcuni tratti le strade stesse verranno ridimensionate e spostate più all’interno, per aprire una coninuità tra la spiaggia e le nuove dune sabbiose che risorgeranno a ridosso dell’arenile. È un cambio di paradigma: invece di tenere la natura ai margini e portarci la gente nei week-end, si prova a far rientrare la natura dentro la città, a renderla strutturale.
Dune, macchia, duemila alberi
Il tratto interessato va da piazzale Magellano a piazza Cristoforo Colombo: oltre sette chilometri che attraversano il cuore di Ostia. Su questo nastro lineare si ricostruirà un ecosistema basato sulla duna marina, quello che esisteva prima che il litorale romano venisse edificato nel corso del Novecento e che oggi sopravvive solo in qualche riserva naturale protetta.
Torneranno gli arbusti della macchia mediterranea (ginepri, lecci, euforbie, erba medica delle spiagge) e almeno duemila nuovi alberi che porteranno le aree verdi della zona a crescere del 150%. Non si tratta di decorazione: la vegetazione dunale ha una funzione precisa, trattiene la sabbia, protegge dall’erosione, abbassa la temperatura percepita. È infrastruttura, non arredo.
Lungo tutto il parco lineare correranno anche nuove piste ciclabili e percorsi pedonali, più quindici piazze attrezzate per lo sport e il tempo libero. L’idea è quella di un parco che si percorre nel senso della lunghezza, come un fiume verde parallelo al mare, usufruibile ogni giorno e non solo nei week-end di luglio.
Il cantiere e il suo nemico: l’estate
C’è un paradosso in tutto questo: i lavori partono proprio adesso, a giugno, quando Ostia si riempie di bagnanti. E la Colombo, l’asse su cui si concentra buona parte del cantiere, è la stessa strada che i romani usano per andare al mare. Il risultato è una convivenza necessariamente parziale: nei mesi estivi i lavori saranno contenuti, le attività di cantiere più pesanti rinviate. Si lavora ai margini, si preparano le aree, si demolisce dove si può senza bloccare il traffico.
Da ottobre cambia tutto. I cantieri si sposteranno a ridosso del lungomare, i lavori pesanti prenderanno corpo, e Ostia fuori stagione diventerà un grande cantiere aperto. È la scelta obbligata per chi vuole non rovinare l’estate ai bagnanti e non allungare all’infinito i tempi di consegna, già fissati alla fine del 2028.
Quello che è certo è che il progetto esiste, che è finanziato e che i primi metri di recinzione sono già piantati nel suolo di Ostia. Che dopo decenni di asfalto e abbandono qualcuno abbia deciso di togliere invece di aggiungere, di restituire la riva al mare invece di continuare a separarli, è già una notizia. Il resto lo diranno i cantieri.
