Nel tratto d’acqua più trafficato e turistico di Venezia, davanti a San Marco, nuota un delfino. Si chiama Mimmo. In pochi mesi è diventato uno dei simboli più sorprendenti di Venezia e, insieme, un test per capire quanto siamo capaci di convivere con la natura in uno degli ambienti urbani più delicati d’Europa.
Secondo gli scienziati dell’Università di Padova e di altri centri di ricerca italiani, che lo monitorano dall’estate scorsa, Mimmo non rappresenta un problema. Al contrario: “Ciò che è davvero insolito non è la presenza del delfino, ma la persistente difficoltà che gli esseri umani hanno oggi nel rispettare questi animali”, spiega Giovanni Bearzi, biologo marino che studia i delfini dell’Adriatico da oltre quarant’anni.
Un ospite adattabile
Mimmo è un tursiope, la specie di delfino più comune nei mari italiani. È comparso nella laguna nel giugno 2025 e da allora si è spostato tra le sue diverse aree, fino a stabilirsi soprattutto nei pressi di San Marco. Qui trova cibo in abbondanza – soprattutto triglie – e condizioni che, per un animale così adattabile, non sono affatto proibitive.
L’anteprima dello studio, che presto sarò pubblicato su Frontiers in Ethology, racconta un adattamento sorprendente: Mimmo appare in buona salute, si nutre regolarmente e mostra comportamenti del tutto compatibili con la sua specie. Nulla lascia pensare a uno stato di stress cronico o di malessere. Storicamente, del resto, i delfini facevano parte dell’ecosistema lagunare, anche se dagli anni Settanta le segnalazioni si erano fatte sempre più rare.
Quando la curiosità diventa disturbo
Il vero rischio arriva dall’uomo. La popolarità improvvisa di Mimmo ha innescato inseguimenti in barca, tentativi di avvicinamento, persone che provano a toccarlo o nutrirlo. Si sono moltiplicate le escursioni “a tema” e gli avvicinamenti azzardati, spesso a velocità elevate. Un cocktail pericoloso in un’area già congestionata dal traffico acqueo.
Gli scienziati hanno documentato segni di disturbo e persino alcune lesioni, probabilmente dovute alla vicinanza eccessiva delle imbarcazioni. A novembre è stato tentato un allontanamento acustico per spingerlo verso zone meno affollate, ma Mimmo è tornato quasi subito nei suoi luoghi preferiti. Un segnale chiaro: non è l’animale a doversi adattare, siamo noi.
Gestire le persone, non il delfino
La proposta dei ricercatori è chiara: ridurre la velocità delle barche, imporre distanze minime obbligatorie, intensificare i controlli e scoraggiare con decisione i comportamenti inappropriati. Non servono operazioni spettacolari, ma regole chiare e fatte rispettare.
“La documentazione storica e contemporanea mostra che i delfini accompagnano le attività marittime umane da millenni”, ricorda Bearzi. “Eppure facciamo ancora fatica a convivere con loro in modo appropriato”. Mimmo, con la sua presenza ostinata nel cuore turistico di Venezia, mette il dito nella piaga: la difficoltà di accettare che la città non sia solo nostra.
In gioco non c’è soltanto la sicurezza di un singolo delfino, ma un modello di convivenza possibile tra esseri umani e fauna selvatica negli spazi urbani. Venezia, fragile per definizione, potrebbe trasformare questa storia in un laboratorio di buone pratiche, dimostrando che proteggere un animale significa prima di tutto cambiare noi stessi.
Mimmo continua a nuotare tra le onde increspate dai motori. La domanda, ormai, non è se riuscirà a restare. Ma se saremo capaci di farlo restare nel modo giusto.
