15 Aprile 2026
/ 15.04.2026

La sostenibilità? Conviene. E le imprese italiane l’hanno capito prima dei governi

Nonostante i colpi di piccone di Trump sulle politiche climatiche e qualche incertezza europea, otto aziende su dieci in Italia si dichiarano decise ainvestire sulla sostenibilità. Non per idealismo: per interesse. I risultati della ricerca di iSustainability

Nonostante i colpi di piccone di Trump sulle politiche climatiche e qualche incertezza europea, otto aziende su dieci in Italia si dichiarano decise a investire sulla sostenibilità. Non per idealismo: per interesse. Per la precisione il 77% ha mantenuto invariati i piani di investimento in sostenibilità. Il 3% li ha addirittura aumentati.

“In una fase di transizione segnata da instabilità politica e normativa, a fare la differenza nel lungo periodo saranno le imprese che scelgono di non farsi condizionare”, dice Riccardo Giovannini, CEO di iSustainability, società del gruppo Digital360. “Quelle che nel frattempo continuano a investire, misurare e costruire un vantaggio competitivo reale”.

È la sintesi della ricerca iSustainability 2026 — condotta su 96 aziende italiane di tutti i settori e presentata al Bodio Center di Milano — ma è anche qualcosa di più: è la fotografia di un cambio di mentalità. Nel 2025, solo il 32% delle imprese considerava la sostenibilità una leva competitiva. Oggi quella percentuale è il 67%. Un salto importante.

Il problema? Nessuno sa quanto guadagna davvero

Dunque la buona notizia è che le aziende investono. La cattiva è che la maggior parte non misura il vantaggio e quindi ha difficoltà a dargli un valore esatto. Solo il 17% utilizza metodologie strutturate per misurare il ritorno degli investimenti sostenibili. E non è solo questione di cultura aziendale: molti impatti — dalla reputazione al rischio evitato — semplicemente non hanno ancora metriche condivise.

Eppure i ritorni ci sono, e le aziende li vedono: costi energetici in calo, nuovi mercati aperti dalla circolarità, filiere internazionali dove i requisiti ESG sono ormai un biglietto d’ingresso obbligatorio, ricavi crescenti dalla transizione energetica, accesso più vantaggiosoal credito. Sei filoni concreti, già osservabili. Il punto è che senza strumenti di misurazione seri, questi ritorni restano difficili da difendere nelle riunioni di budget.

Il clima ha già bussato. In molti non hanno ancora aperto

Quasi un’azienda su due – il 49% – dichiara di aver subito impatti economici diretti dalla crisi climatica negli ultimi due anni. Interruzioni della catena produttiva, danni alle infrastrutture, costi imprevisti legati a eventi estremi. Non scenari futuri: costi già contabilizzati.

Eppure solo un terzo ha investito in misure concrete di adattamento. Chi ha già subito danni reagisce meglio – tra queste aziende la quota sale al 57,4% – ma la distanza tra esposizione al rischio e risposta operativa resta uno dei dati più scomodi dell’intera ricerca. L’esperienza diretta del rischio accelera le decisioni, ma non le rende ancora sistematiche.

Grandi contro piccole: il vero nodo irrisolto

Se c’è una frattura che la ricerca mette a nudo senza sconti, è quella tra grandi imprese e PMI. E il punto non è solo chi ha più risorse: è chi riesce ad accedere a quelle già disponibili. Il 36% delle piccole e medie imprese dichiara di essere interessato ai bandi pubblici per la sostenibilità. Ma non ha ancora presentato domanda. Il motivo? Non mancano i fondi (spesso le PMI sono proprio le principali destinatarie, con contributi proporzionalmente più alti) mancano le competenze per affrontare la burocrazia.

Sul fronte del credito ESG il gap tra grandi e piccole sfiora i 36 punti percentuali. Sull’intelligenza artificiale applicata alla sostenibilità – misurazione dei consumi, ottimizzazione dei processi – le grandi la usano quasi il doppio rispetto alle PMI. La sostenibilità, insomma, rischia di diventare un altro terreno in cui chi è già avanti accelera, e chi è rimasto indietro fatica a partire.

Comunque dal sondaggio di iSustainability risulta che le imprese italiane hanno scelto la loro strada. Non quella del negazionismo, non quella della compliance passiva. Una terza via, pragmatica, che scommette sul lungo periodo anche quando i governi sembrano guardare altrove.

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