26 Febbraio 2026
/ 26.02.2026

Servizi ecosistemici nel carrello del bio: serve il prezzo trasparente

Al via la nuova campagna di NaturaSì per riconoscere il lavoro degli agricoltori biologici a beneficio della collettività. L'idea è separare il prezzo del prodotto da quello della funzione ecologica svolta coltivando in modo biologico o biodinamico. E rendere il tutto facilmente leggibile in etichetta

Quanto costa davvero un’insalata? Il prezzo sul cartellino include solo il prodotto o anche l’acqua pulita, il suolo fertile, l’aria meno inquinata e la biodiversità che quel campo contribuisce a mantenere? È attorno a questa domanda che si muove “Il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della Terra“, la nuova campagna lanciata da NaturaSì – la catena italiana di distribuzione biologica – presentata ieri a Roma: rendere esplicito quanto viene pagato agli agricoltori per i cosiddetti servizi ecosistemici, ovvero i benefici collettivi che un’agricoltura sana produce oltre al raccolto.

Nel caso dell’insalata, il costo di produzione è stimato dall’azienda in 1,33 euro al chilo, mentre il prezzo riconosciuto al produttore è 2 euro: circa un terzo in più, attribuito esplicitamente alla tutela del suolo e alla riduzione degli impatti ambientali. Per i finocchi la logica è identica: 1,25 euro di costo contro 1,80 euro pagati. L’idea è separare il prezzo del prodotto da quello della funzione ecologica, rendendola leggibile a chiunque si trovi davanti allo scaffale. “Acquistando un prodotto biologico si investe non solo sul prodotto in sé ma anche sulla propria salute e su quella dell’ambiente”, commenta Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì. “Pagando un prezzo troppo basso, sarà qualcuno o qualcos’altro a farne le spese“.

Un’idea con solide basi scientifiche

La storia scientifica dei servizi ecosistemici comincia nel 1997, quando l’economista ambientale Robert Costanza e i suoi colleghi pubblicano uno studio destinato a diventare un pilastro dell’economia ambientale: il valore dei servizi che gli ecosistemi naturali rendono gratuitamente all’umanità vale circa il doppio della ricchezza prodotta dall’intero Pianeta in un anno: stime recenti fissano intorno ai 150 mila miliardi di dollari. In Italia, secondo un’analisi pubblicata su Ecological Indicators, gli ecosistemi erogano benefici per 71,3 miliardi di euro ogni anno, ma tra il 1990 e il 2000 alcune province hanno già perso fino al 7,5% della loro capacità di protezione dagli eventi dannosi e il 9,5% di quella di assimilazione degli inquinanti.

“Ragionare in termini di prezzo giusto significa mettere in evidenza quei contributi che chiamiamo esternalità positive, che non passano automaticamente per il mercato”, commenta Francesco Marangon, professore ordinario di Economia Agraria all’Università di Udine. “Fare uno sforzo per monetizzarli e farli diventare qualcosa che si vede nel prezzo che acquistiamo è un messaggio di trasparenza molto importante che riguarda l’imprenditore agricolo, così come consumatori e istituzioni”.

Il nodo sociale e il modello Sekem

Il biologico è storicamente percepito come più caro, ma la campagna prova a ribaltare questa prospettiva: il cibo bio rende visibili costi che l’agricoltura convenzionale scarica sulla collettività. Un esempio concreto di come il meccanismo possa funzionare viene dall’Egitto. Helmy Abouleish, amministratore delegato di Sekem, il progetto comunitario che da 49 anni coltiva prodotti biodinamici nel deserto egiziano, premiato nel 2024 dall’UNEP come “Eroe della Terra“, ha portato a Roma una testimonianza diretta. “Il costo reale dei nostri prodotti è inferiore a quello dei prodotti convenzionali”, spiega. “I pagamenti per servizi ecosistemici sono riconosciuti ai 40.000 agricoltori del network: ognuno di loro, sequestrando carbonio nel suolo e negli alberi e riducendo le emissioni attraverso il compostaggio, genera tra le 10 e le 20 tonnellate di crediti di carbonio l’anno che, venduti a 35 euro ciascuno, compensano la differenza di prezzo con il convenzionale. L’obiettivo è arrivare a 250.000 agricoltori nei prossimi tre anni. E speriamo che lo stesso accada in Italia e in tutto il mondo”.

Per decenni il nostro sistema alimentare ha premiato la quantità: produrre molto, velocemente e a basso prezzo. Esplicitare il valore ecologico sugli alimenti indica quindi un cambio di paradigma: il prezzo del cibo smette di essere un dato puramente economico e diventa una scelta collettiva su quale ambiente e quale agricoltura siamo disposti a permetterci.

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