Il cambiamento climatico avanza più rapidamente della nostra capacità di governarlo. È questo il punto centrale dell’appello lanciato da un gruppo internazionale di scienziati: senza una valutazione globale, autorevole e condivisa dei rischi climatici, governi e cittadini continueranno a muoversi a tentoni, inseguendo le emergenze anziché prevenirle.
Oggi il Pianeta è attraversato da segnali inequivocabili. Ondate di calore sempre più intense, incendi fuori controllo, piogge estreme, coste che arretrano davanti all’avanzare del mare. Eventi che non sono più eccezionali ma sintomi di un sistema in squilibrio. Eppure, manca ancora uno strumento capace di tradurre queste informazioni in una guida chiara per le politiche pubbliche.
Numeri che non diventano scelte
I dati parlano con forza. Nell’ultima estate europea, il caldo estremo ha causato decine di migliaia di morti. In molte città le temperature hanno superato livelli compatibili con la fisiologia umana. Allo stesso tempo, l’atmosfera più calda trattiene maggiore umidità, alimentando piogge violente e tempeste improvvise. La scienza è in grado di misurare questi fenomeni con precisione crescente. Ciò che manca è la capacità di trasformare le proiezioni in decisioni operative.
Senza una mappa globale dei rischi, le priorità si confondono. Le risorse vengono distribuite in modo disomogeneo, spesso sotto la pressione dell’emergenza mediatica del momento. Si rafforzano argini dove il mare continuerà a salire, si rincorrono ondate di calore con piani sanitari provvisori, si interviene dopo che il danno è già avvenuto. È una politica climatica reattiva, non strategica.
Città al limite, confini che si spostano
L’innalzamento del livello del mare rende evidente la portata delle scelte in gioco. Proteggere le coste è possibile, ma non ovunque e non all’infinito. In alcune aree urbane, la difesa potrebbe non essere più sostenibile nel giro di pochi decenni. Decidere dove investire, cosa salvare e cosa, forse, abbandonare richiede un quadro chiaro e condiviso dei rischi. Rimandare significa accumulare costi, economici e sociali, destinati a esplodere.
Lo stesso vale per la gestione del caldo estremo. Non si tratta solo di potenziare i pronto soccorso, ma di ripensare l’assetto delle città, i materiali edilizi, gli spazi verdi, la mobilità, i ritmi di lavoro. Senza una visione sistemica, ogni intervento resta parziale.
Dalla scienza alla politica, senza scorciatoie
Gli scienziati propongono una valutazione globale che sia uno strumento di governo. Una sorta di bussola capace di indicare quali scenari sono ancora evitabili e con quali scelte. Un quadro trasparente che permetta a cittadini e decisori di comprendere davvero la posta in gioco.
Gli ostacoli non mancano: complessità scientifica, interessi economici, barriere politiche, condivisione dei dati. Ma il tempo è la variabile più critica. Ogni anno perso restringe il margine di manovra e rende più costose le soluzioni.
Costruire una mappa globale dei rischi significa riconoscere che il cambiamento climatico non è un problema ambientale tra gli altri, ma il contesto dentro cui si giocheranno sviluppo, salute, sicurezza e giustizia sociale dei prossimi decenni.
