Il 30 maggio scorso l’edificio delle turbine della centrale nucleare di Zaporizhzhia, il più grande impianto atomico d’Europa, occupata dai russi dal febbraio 2022, è stato colpito da un drone. Subito dopo l’impatto, i russi hanno accusato Kiev dell’attacco. L’Ucraina ha negato. Il direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, ricorda che si sta letteralmente giocando con il fuoco.
Guerra e clima
Zaporizhzhia è un impianto con sei reattori. Da oltre due anni si trova in una zona di guerra attiva, privata più volte dell’alimentazione elettrica esterna necessaria per il raffreddamento dei reattori, più volte sfiorata da artiglieria e droni. Grossi ha ricordato che l’attacco “mette in pericolo i sette pilastri indispensabili per garantire la sicurezza nucleare durante il conflitto”, principi che includono l’integrità fisica dell’impianto e la disponibilità di personale tecnico qualificato. Un black-out prolungato o un danno ai sistemi di raffreddamento potrebbe innescare una crisi di proporzioni continentali.
Eppure la comunità internazionale sembra essersi abituata a questa anomalia permanente: una centrale nucleare in zona di guerra, gestita da personale sotto occupazione, ispezionata da una squadra AIEA che ogni tanto deve correre ai ripari.
Il peso climatico di un anno di guerra
Mentre Zaporizhzhia torna in prima pagina, uno studio pubblicato a marzo 2026 sulla rivista scientifica One Earth offre una prospettiva diversa e complementare: il costo climatico delle guerre in corso. Il caso esaminato è quello del conflitto israelo-palestinese a Gaza, ma la metodologia è concepita per essere applicata a qualsiasi conflitto, Ucraina inclusa.
Secondo i dati pubblicati, le emissioni totali di gas serra legate al conflitto israelo-gazawi hanno superato i 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel solo primo anno di guerra. Gli autori ricordano che questa cifra equivale alle emissioni annue dell’intera Giordania, oppure alle emissioni prodotte da 7,6 milioni di automobili a benzina.
L’invisibile nei bilanci climatici globali
Il punto metodologicamente più rilevante dello studio riguarda una lacuna sistemica: le emissioni militari sono quasi completamente assenti dai rapporti nazionali sui gas serra. Dal 2023, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha certificato che queste emissioni sono “insufficientemente contabilizzate” dall’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E intanto, le stime disponibili indicano che le forze armate globali producono circa il 5,5% delle emissioni mondiali anche in tempo di pace.
Due emergenze
Il gruppo di ricerca introduce la categoria “Scope 3+”, riferito alle emissioni indirette legate alle attività belliche non coperte dai protocolli standard, per includere voci come i danni alle infrastrutture civili, le emissioni fuggitive da impianti colpiti, gli spostamenti di profughi, la gestione delle macerie. Proprio quelle voci che i governi non dichiarano e che nessun accordo internazionale obbliga a misurare.
A luglio 2025 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere ampio sugli obblighi degli Stati rispetto all’emergenza climatica. La questione delle emissioni da “conflitti armati” non è entrata nel dispositivo unanime, ma è stata affrontata in una dichiarazione separata dalla giudice Cleveland. Un segnale che qualcosa si muove, lentamente.
La centrale di Zaporizhzhia resta sotto osservazione, con gli ispettori dell’AIEA in attesa di accedere all’edificio colpito dal drone. A migliaia di chilometri di distanza, gli scienziati provano invece a misurare un’altra conseguenza dei conflitti: le emissioni che guerre e ricostruzioni lasciano nell’atmosfera. Sono due facce della stessa questione ambientale. Da una parte il rischio di un incidente nucleare, dall’altra un’impronta climatica che continua ad accumularsi senza entrare nei bilanci ufficiali.
